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Tornano centrali i settori tradizionali, quelli che più direttamente beneficiano del rialzo delle materie prime o dell'aumento della spesa militare. Ne parla Giorgio Bensa, Direttore Investimenti Ersel Asset Management, a La Stampa.
La guerra in Medio Oriente non sta muovendo solo i prezzi del petrolio e delle materie prime. Sta anche cambiando, almeno in parte, le preferenze degli investitori globali. In un contesto di forte tensione geopolitica e volatilità sui mercati, alcuni strategist segnalano una rotazione dei capitali. Il conflitto tra Iran, Israele e Stati Uniti ha riportato il petrolio su livelli elevati e alimentato timori di possibili shock sull'offerta energetica globale.
Ogni escalation nella regione del Golfo viene immediatamente riflessa nei prezzi del greggio, con effetti a catena sui mercati finanziari. Per gli investitori questo significa una cosa molto semplice: tornano centrali i settori tradizionali, quelli che più direttamente beneficiano del rialzo delle materie prime o dell'aumento della spesa militare. È il caso, per esempio, delle grandi compagnie petrolifere ma anche dei titoli dell´industria e della difesa, un altro comparto molto presente nelle Borse del Vecchio continente.
Questo contesto sta alimentando una rotazione settoriale che favorisce proprio mercati come quello europeo. Negli Stati Uniti gli indici azionari restano fortemente dominati dai grandi gruppi tecnologici, i cosiddetti Magnificent Seven, la cui performance è più legata al ciclo dell'innovazione e alla crescita dell'intelligenza artificiale che alle dinamiche delle materie prime o della geopolitica. In Europa, invece, il peso dell'economia reale è molto più elevato: energia, industria, banche e assicurazioni rappresentano una quota significativa della capitalizzazione complessiva.
Proprio questa composizione dei listini può trasformarsi in un vantaggio relativo nelle fasi di crisi internazionale. Anche la dinamica dei flussi sugli Etf sembra indicare una maggiore attenzione verso queste aree del mercato. Negli ultimi mesi diversi fondi indicizzati legati ai settori energetici e industriali europei hanno registrato un aumento della raccolta, segnale di un interesse crescente da parte degli investitori istituzionali.
«Dall'avvio del conflitto i riposizionamenti di portafoglio sono stati generalmente composti, anche a causa dell'estrema incertezza dello scenario, in particolare riguardo alla durata della guerra e al suo impatto su economia e mercati finanziari dice Giorgio Bensa, Direttore Investimenti di Ersel AM ‐. I repentini rimbalzi, seguiti alle recenti crisi, come il liberation day lo scorso anno, o l'invasione dell´Ucraina nel 2022, sono sicuramente considerazioni importanti per spiegare l'attuale comportamento degli investitori».
Per l'esperto, una appropriata e ampia diversificazione si è comunque confermata anche in questa fase come una delle migliori armi a difesa degli investimenti: «É l'osservazione che assume ancor più rilevanza rispetto a episodi del passato in quanto anche asset class che tipicamente svolgono il ruolo di bene rifugio, come ad esempio l'oro, sono state coinvolte in un generalizzato flusso di vendita: nell'attuale crisi sono state fondamentali l'esposizione al dollaro americano e al settore dell'energia» dice.
«Tra i mercati azionari la Borsa americana è sicuramente quella più isolata rispetto all'attuale conflitto e può contare sul supporto da parte dell'Amministrazione, grazie a sgravi fiscali e a incentivi per gli investimenti aziendali, e della Fed, che ha un mandato non solo legato alla stabilità dei prezzi, ma anche alla crescita economica e all'occupazione - afferma Giorgio Bensa ‐. In ambito obbligazionario, i titoli legati all'inflazione possono rappresentare una buona opportunità per proteggersi dal rischio di un rialzo nel costo del petrolio protratto nel tempo». [...]
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