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Lo scoppio della guerra in Iran ha rimesso in discussione in modo significativo lo scenario di riferimento, alterandone profondamente gli equilibri. I rischi di stagflazione tipicamente associati a crisi di questa natura si sono infatti manifestati in una fase altrimenti relativamente favorevole: la crescita globale era tornata su livelli prossimi al potenziale, riassorbendo rapidamente lo shock tariffario dello scorso anno; le aspettative di inflazione risultavano in moderazione; le revisioni degli utili societari erano in aumento in tutte le principali aree geografiche, con un’accelerazione in alcuni segmenti dei mercati emergenti. Tale dinamica era inoltre sostenuta da una crescita degli investimenti (confermatasi nella recente reporting season), trainata in misura rilevante – seppur non esclusiva – dall’espansione legata all’intelligenza artificiale.
La lunghezza della crisi diventa una variabile chiave: il mantenimento prolungato del prezzo del petrolio su livelli elevati può incidere in modo rapido e significativo sia sulle prospettive di crescita economica sia sull’andamento dell’inflazione. Nelle stime di GS, uno shock energetico con un aumento strutturale del 10% del prezzo del petrolio ridurrebbe la crescita globale di circa lo 0,1%, alimentando contestualmente l'inflazione dello 0,2%. Ma la variabilità tra le varie aree/regioni è notevole.
In Cina gli indicatori PMI, in particolare quelli elaborati da S&P Global, mostravano a inizio marzo una dinamica positiva, che consente di guardare all’attuale fase di estrema incertezza con un po’ di fiducia. Si sono inoltre ridotte le spinte deflattive nei prezzi alla produzione, mentre quelli al consumo si sono confermati in territorio positivo, su livelli marginalmente superiori al punto percentuale.
Anche in Giappone gli indicatori PMI si sono confermati su livelli superiori alla soglia di espansione e le statistiche finali sul PIL del quarto trimestre del 2025 sono state marginalmente riviste al rialzo. Come per gli altri Paesi aumenta l’incertezza per le prossime mosse di politica monetaria, in un contesto avverso sia per l’inflazione, sia per le prospettive di crescita dell’economia.
Nel complesso, i mercati emergenti hanno risentito di un quadro meno favorevole rispetto al recente passato, anche a causa del restringimento delle condizioni finanziarie che è stato determinato dal rafforzamento del dollaro americano.
In particolare, l’indice azionario globale ha registrato una performance negativa pari a -4,6% in valuta locale, con la fase di correzione che si è intensificata soprattutto successivamente allo scoppio del conflitto in Iran. Il movimento ribassista ha colpito in misura più marcata quelle aree geografiche e quei fattori che avevano beneficiato maggiormente nella prima parte dell’anno, riflettendo un tipico processo di rotazione e presa di profitto. A livello geografico, gli Stati Uniti hanno mostrato una maggiore resilienza, contenendo le perdite rispetto all’Europa e, in misura ancora più evidente, ai mercati emergenti. Dal punto di vista fattoriale, si è osservata un’inversione rispetto ai trend precedenti, con i titoli growth che sono tornati a sovraperformare a discapito dei titoli value e di quelli ad alto dividendo.
Nel comparto obbligazionario, l’emergere di timori legati a uno scenario di tipo stagflattivo ha determinato un generale rialzo dei tassi di interesse, accompagnato da un appiattimento delle curve dei rendimenti. Anche in questo caso si è assistito a un’inversione rispetto alla dinamica osservata prima dell’escalation geopolitica. Nel dettaglio, i rendimenti dei titoli governativi decennali di Stati Uniti, Germania e Giappone sono aumentati rispettivamente di 21, 23 e 8 punti base. Tale movimento ha comportato una performance negativa per l’indice dei titoli governativi dei paesi sviluppati, che ha chiuso il periodo in calo dell’1,3% in valuta locale.
Nel credito, l’aumento dell’avversione al rischio si è tradotto in un generalizzato ampliamento degli spread, particolarmente accentuato nel segmento high yield, dove si sono registrati incrementi di 29 punti base negli Stati Uniti e di 31 punti base in Europa. Nel comparto investment grade, l’allargamento è stato più contenuto, attestandosi intorno ai 10 punti base in entrambe le aree. Hanno inoltre evidenziato una performance negativa gli indici delle obbligazioni dei mercati emergenti, sia in valuta forte sia in valuta locale: i primi hanno perso circa 2 punti percentuali, mentre i secondi hanno registrato (in USD) una flessione superiori al 4% soprattutto per il marcato deprezzamento delle valute emergenti verso la divisa americana.
Sul fronte valutario, il dollaro statunitense ha nuovamente assunto il ruolo di bene rifugio, invertendo la precedente fase di indebolimento e beneficiando del contesto di maggiore incertezza. In particolare, l’indice DXY ha registrato un apprezzamento dell’2,4% nel periodo considerato, mentre il cambio EUR/USD è tornato a scendere in area 1,14, riflettendo il rafforzamento della valuta americana.
Infine, si segnala il marcato rialzo del prezzo del petrolio, caratterizzato da un significativo aumento della volatilità, tornata su livelli prossimi ai massimi storici vista la gravità e dell’eccezionalità dello scenario geopolitico. Il Brent ha raggiunto intraday livelli prossimi ai 120 dollari al barile, per poi ritracciare intorno agli attuali 108 dollari, segnando comunque un incremento complessivo del 52% nel periodo. Al contrario, l’oro non ha svolto appieno la sua tradizionale funzione di bene rifugio: dopo il forte rally dei mesi precedenti e in presenza di un dollaro in rafforzamento, il metallo prezioso ha registrato una correzione di circa il 7%.
L’aumento dei prezzi del petrolio rappresenta un significativo rischio al ribasso per economia globale e mercati finanziari nel 2026, ma l’impatto dipenderà dalla durata delle interruzioni dell’offerta e dalla persistenza dello shock sui prezzi, elementi al momento difficili da prevedere. Se il conflitto dovesse rientrare nel breve periodo o se venisse ripristinato il flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, il rialzo dei prezzi potrebbe essere temporaneo, così come prezzato oggi dalle curve forward. In questo scenario, la crescita globale resterebbe sostenuta da politiche economiche favorevoli, utili aziendali solidi e dal boom degli investimenti in AI.
Il quadro tecnico ha delineato un cambio di regime ma non ancora una tensione estrema. Lo scoppio del conflitto e lo scenario dicotomico sul suo risultato (TACO, escalation sulle infrastrutture) e le decisioni consequenziali che determinano le azioni dei belligeranti rendono gli indicatori tecnici poco affidabili e volatili. In questo contesto, la riduzione del rischio attivo sembra l’unica strada percorribile. Nei portafogli, manteniamo dunque un’impostazione moderatamente pro-rischio, bilanciando fondamentali favorevoli e rischio geopolitico elevato. La componente azionaria resta in sovrappeso, seppure fortemente ridotto per effetto del posizionamento più conservativo adottato dalle strategie flessibili al suo interno oltre che per la nostra recente decisione di ridurre (via future) l’esposizione complessiva. La duration è neutrale: dopo un prolungato sottopeso, abbiamo ricoperto la posizione anticipando un possibile spostamento del focus del mercato da inflazione a crescita. Cautela sul credito, abbiamo ridotto l’esposizione alla luce di valutazioni elevati e convessità negativa dell’asset class in un contesto che rimane molto incerto. Questa riduzione ci permette di avere maggiore cassa a disposizione per sfruttare opportunisticamente eventuali opportunità generate dalla volatilità. Confermiamo il nostro apprezzamento per le Strategie Alternative, in particolare di tipo Event Driven e un moderato sottopeso sul dollaro USA, con possibilità di aumentare l’esposizione in caso di rapida de-escalation della crisi.
Nell’ultimo mese il mercato azionario italiano ha corretto in seguito allo scoppio della guerra in Iran, che ha provocato un forte rialzo del prezzo del petrolio ed aumento della tensione a livello internazionale, vista la difficoltà di trovare una soluzione negoziale.
A livello settoriale i settori migliori sono stati i petroliferi e i difensivi, mentre i peggiori sono stati ciclici ed i titoli legati ai consumi.
Nell’ultimo mese i titoli migliori sono stati quindi Eni ed i titoli della difesa come Leonardo, mentre hanno sottoperformato gli industriali come Interpump, il lusso e quelli e le costruzioni.
Nel mese di marzo 2026 i mercati obbligazionari sono stati caratterizzati da un significativo aumento della volatilità, innescato dall’escalation geopolitica nel Golfo, che ha inciso in modo rilevante sul sentiment degli investitori. I tassi core hanno mostrato movimenti più erratici, con una iniziale discesa legata alla ricerca di beni rifugio, seguita da fasi di rimbalzo in un contesto di incertezza sulle prospettive inflazionistiche, anche alla luce delle possibili ripercussioni sui prezzi dell’energia. Gli spread creditizi hanno evidenziato un ampliamento, in particolare nei segmenti a più alto beta, riflettendo un atteggiamento più prudente e una riduzione della propensione al rischio. Il quadro macroeconomico è diventato più complesso: se da un lato la crescita globale ha continuato a mostrare una certa resilienza, dall’altro le nuove tensioni geopolitiche hanno introdotto rischi al ribasso e aumentato l’incertezza sulle traiettorie future dell’inflazione. Negli Stati Uniti, la Federal Reserve ha mantenuto un approccio cauto, sottolineando come il contesto richieda flessibilità e attenzione ai rischi inflattivi di natura esogena, ridimensionando implicitamente le aspettative di un rapido allentamento monetario. In Europa, anche la Banca Centrale Europea ha ribadito un orientamento prudente, evidenziando però come il mandato unico di difesa dagli aumenti dell’inflazione imponga, in caso di aumento prolungato dei prezzi dell’energia, una prima fase restrittiva sui tassi di policy.
Risultati conseguiti dai principali mercati azionari nel periodo di riferimento:
| Stato | Indice | Variazione % dal 25/02/2026 al 19/03/2026 |
|---|---|---|
| STATI UNITI | DOW JONES | -7,0% |
| STATI UNITI | S&P 500 | -4,9% |
| STATI UNITI | NASDAQ | -4,6% |
| GIAPPONE | TOPIX | -6,1% |
| HONG KONG | HANG SENG | -4,7% |
| TAIWAN | TAIEX | -4,9% |
| KOREA | KOSPI | -5,3% |
| MESSICO | BOLSA | -8,4% |
| ARGENTINA | MERVAL | -1,1% |
| BRASILE | BOVESPA | -5,7% |
| INGHILTERRA | FTSE 100 | -6,9% |
| GERMANIA | DAX | -9,3% |
| FRANCIA | CAC 40 | -8,8% |
| SVIZZERA | SMI | -10,9% |
| ITALIA | S&P/MIB | -7,4% |
| SPAGNA | IBEX 35 | -8,4% |
Total return degli indici obbligazionari EFFA dei titoli di Stato e variazioni delle principali valute contro euro:
| Stato | Variazione % dal 25/02/2026 al 19/03/2026 |
|---|---|
| STATI UNITI | -1,1% |
| GIAPPONE | -0,8% |
| INGHILTERRA | -3,1% |
| AREA EURO | -2,0% |
| Stato | Variazione % dal 25/02/2026 al 19/03/2026 |
|---|---|
| USD/EUR | +2,1% |
| YEN/EUR | +1,2% |
| GBP/EUR | +1,0% |
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