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Nel corso dell’ultimo mese, il principale driver macro globale è rimasto il conflitto in Medio Oriente contro l'Iran, che ha generato una nuova ondata inflazionistica su entrambe le sponde dell'Atlantico, con ripercussioni significative sulle decisioni di politica monetaria e sulle prospettive di crescita. Negli Stati Uniti, il PCE di maggio ha accelerato al 4,1% a/a — massimo da oltre tre anni — con il core al 3,4%, mentre la spesa reale dei consumatori ha comunque registrato un'accelerazione, segnalando resilienza della domanda interna nonostante le pressioni sui prezzi energetici. Il manifatturiero ISM di maggio ha toccato quota 54, espansione più rapida degli ultimi quattro anni, trainata da nuovi ordini e produzione legati al boom degli investimenti in intelligenza artificiale; gli ordini di beni durevoli di maggio sono scesi del 4,5% m/m, ma al netto dei trasporti hanno sorpreso al rialzo con un +1,3%. Il mercato del lavoro si è confermato solido con un robusto report occupazionale a inizio giugno, alimentando le aspettative di un rialzo Fed; tuttavia, i dati PCE hanno leggermente ridimensionato le scommesse su ulteriori strette, con il rendimento del Treasury a 2 anni in calo di 4 pb a 4,10%. Sul fronte BCE, l'11 giugno il Consiglio Direttivo ha alzato i tre tassi chiave di 25 pb — primo rialzo dal 2023 — in risposta alle pressioni inflazionistiche generate dalla guerra, con Schnabel che ha ribadito la necessità di ulteriori rialzi per riportare l'inflazione al 2% nel medio termine, mentre Nagel si è detto pronto ad agire nuovamente a luglio se necessario; Lane ha avvertito che l'inflazione nell'Eurozona rischia di restare sopra il target "per un tempo considerevole", citando i PMI sui prezzi di vendita come segnale di pressioni persistenti. Tuttavia, il successivo e brusco calo del petrolio — riportato ai livelli pre-guerra grazie ai progressi nei negoziati di pace Iran-USA e alla riapertura dello Stretto di Hormuz — dovrebbe portare a escludere ulteriori rialzi BCE dopo giugno, con Lagarde che ha assunto recentemente toni più cauti. Il Bollettino Economico BCE di giugno ha confermato che la guerra genera pressioni inflazionistiche ma anche venti contrari alla crescita, con la domanda interna dell'Eurozona già debole prima dello shock; la World Bank ha rivisto al ribasso le stime di crescita globale al minimo dal 2020. Sul piano fiscale europeo, la Cour des Comptes francese ha denunciato l'assenza di un piano credibile per ridurre il deficit — al 5,1% del PIL nel 2025 — verso il 3% entro il 2029, aggiungendo incertezza in vista delle elezioni presidenziali 2027. Sul fronte geopolitico, il Parlamento Europeo ha approvato con 440 voti l'accordo commerciale UE-USA, mentre le tensioni transatlantiche si sono manifestate in uno scontro pubblico tra Meloni e Trump, poi ridimensionato dall'ambasciatore USA a Roma; il Segretario Generale NATO Rutte ha incontrato Trump a Washington per gestire le frizioni legate alla guerra in Iran e alla spesa per la difesa degli alleati europei.
Come da attese, la banca centrale giapponese ha alzato i tassi di interesse, portandoli al livello di 1%. I dati relativi all’economia del Paese continuano ad essere incoraggianti, con un tasso di crescita del PIL a 1.8% e disoccupazione vicina ai minimi storici al 2,5%; l’aumento dei redditi delle famiglie, di poco inferiore al 2% in termini reali, dovrebbe continuare ad offrire un sostegno ai consumi e quindi all’economia nel suo complesso. La situazione favorevole ha trovato conferma anche negli indicatori PMI, che rilevano la fiducia delle imprese, in progresso sia per il settore manifatturiero, sia per quello dei servizi, con il dato complessivo che si attesta a 52.5, ben al di sopra del livello di 50 che separa le prospettive di espansione da quelle di contrazione.
In Cina si conferma invece un quadro più eterogeneo: le vendite al dettaglio sono risultate in calo sull’anno, evidenziando ancora una volta la scarsa fiducia delle famiglie che si traduce in una bassa propensione al consumo; migliori invece i dati per quanto riguarda le imprese, in particolare per quelle di minori dimensioni e più orientate all’export. L’inflazione è risultata di 0.1% inferiore alle attese sia nella rilevazione complessiva, sia in quella core depurata dalle componenti più volatili come energia e beni alimentari, attestandosi rispettivamente a 1.2% e 1.1%: in prospettiva globale si tratta di un’indicazione positiva in quanto il Paese non andrà a creare pressioni inflattive verso l’estero tramite il canale delle esportazioni.
Per quanto riguarda il resto dei Paesi emergenti, non si possono ignorare i risultati delle borse di Corea del Sud e Taiwan, spinte dai titoli dei semiconduttori; sono inoltre state importanti le prese di posizione di MSCI, che ha mantenuto la Corea del Sud e l’Indonesia tra i Paesi emergenti, in base ai propri criteri di classificazione, evitando di spostare il primo tra i mercati sviluppati e il secondo tra quelli di frontiera, decisione che avrebbe avuto un impatto significativo sui flussi, considerando le strategie che seguono passivamente i propri indici.
Quasi invariati invece i mercati obbligazionari, con una generalizzata tendenza all’appiattimento delle curve: la Banca Centrale Europea ha alzato i tassi di interesse, mentre in America la Fed ha mostrato un approccio molto più fermo delle attese rispetto alla dinamica dell’inflazione. Queste prese di posizione hanno contribuito a stabilizzare le aspettative di mercato e comprimere il premio al rischio sulle scadenze a più lungo termine. Nel credito gli spread sono rimasti su livelli compressi ad eccezione delle fasce di rating più bassi in ambito high yield: la solidità di bilancio degli emittenti, che in generale ha trovato ulteriore conferma nelle ultime trimestrali, è alla base di questa configurazione di mercato. In ambito valutario è continuata la risalita del dollaro americano, non come divisa rifugio nelle fasi di avversione al rischio, dato che continuano i negoziati tra USA e Iran per raggiungere un accordo definitivo, ma per il riemergere del cosiddetto “eccezionalismo americano”: la prospettiva di crescita economica superiore rispetto agli altri Paesi, abbinata ad una Banca Centrale vigile nei confronti dell’inflazione, rendono infatti particolarmente attrattivi gli asset americani. Le materie prime hanno invece registrato cali piuttosto generalizzati nel corso dell’ultimo mese: spiccano in particolare oro e petrolio, alla luce della stabilizzazione in Medio Oriente.
Gli elementi chiave emersi nel corso delle ultime settimane a nostro avviso sono: un atteggiamento più rigido da parte delle Banche Centrali nei confronti dell’inflazione e i negoziati tra Stati Uniti e Iran per rendere definitivo l’accordo provvisorio e porre fine alle ostilità. Il primo agisce in senso restrittivo sui mercati, tramite tassi e liquidità, il secondo dispiega invece un effetto positivo grazie al calo nei prezzi del petrolio e alle attese di normalizzazione nelle catene logistiche e del valore sul base globale.
I mercati sono dunque condizionati da forze opposte e un’incertezza di fondo permane, anche prendendo in considerazione altre metriche di valutazione. Da un lato una crescita economica più robusta delle attese, confermata negli Stati Uniti dalla statistica di inizio giugno sui nuovi occupati, decisamente positiva, e i fondamentali aziendali solidi determinano prospettive favorevoli. Dall’altro livelli di ottimismo e posizionamento molto elevati su alcuni settori/titoli che hanno quasi esclusivamente determinato le performance positive dei listini in questa prima metà del 2026 inducono ad una certa cautela.
Continuiamo a ritenere appropriata per i portafogli una posizione moderatamente pro-risk, grazie al sostegno offerto dai fondamentali macro e micro economici; i rischi di recrudescenza nel conflitto in Medio Oriente e i livelli di valutazione raggiunti in molti ambiti suggeriscono di evitare prese di posizione eccessivamente determinate. Il profilo di rischio relativo dei prodotti rimane equilibrato, con posizionamenti che differiscono dagli indici di riferimento in termini di esposizioni alle principali asset class dove ci sono adeguati margini valutativi e livelli di convinzione.
Nell’ultimo mese il mercato azionario italiano ha fatto segnare i massimi assoluti da inizio anno dopo la firma dell’accordo fra Stati Uniti ed Iran, nonostante debbano essere definiti molti aspetti importanti primi fra tutti quelli relativi al nucleare. La conseguenza più importante è stata la forte correzione del prezzo del petrolio.
A livello settoriale i settori migliori sono stati i tecnologici ed i bancari, favoriti anche dal lancio dell’offerta di Intesa su Monte dei Paschi rispetto al settore petrolifero, a quello automobilistico ed a quello legato ai consumi.
Nell’ultimo mese i titoli migliori sono stati quindi i bancari come Monte dei Paschi, Popolare Emilia e Banco Popolare, oltre ai tecnologici come STM, mentre hanno corretto i petroliferi come Eni, Tenaris, Saipem ed i titoli dell’automotive come Stellantis.
Nel mese di giugno il mercato ha continuato ad essere dominato dalle trattative in Medio Oriente. Negli US l’ulteriore pressione a rialzo sui tassi è arrivata da dati di inflazione, consumi e mercato del lavoro sopra le attese e da una banca centrale con una retorica meno espansiva delle attese, mentre in Europa il raggiungimento di un memorandum of understanding a metà mese tra USA e Iran ha consentito di recuperare un po’ di terreno. Gli spread sono rimasti sostanzialmente invariati su tutti i segmenti ad eccezione dei COCO che hanno stretto marginalmente. In questo contesto le performance sono state positive per circa 0.5 punti sull’Investment Grade, 0.7 punti sull’High Yield e 1.1 punti sui COCO. Il dollaro si è rafforzato su tutti i fronti nel periodo, trainato dall’AI e dal cambio di regime alla Fed con i DOTS che hanno alimentato aspettative di rialzo dei tassi: EUR/USD è sceso da 1,1659 a 1,1414 (−2,1%). Solo a fine mese un PCE statunitense più contenuto ha frenato parzialmente il rally del biglietto verde.
Risultati conseguiti dai principali mercati azionari nel periodo di riferimento:
| Stato | Indice | Variazione % dal 21/05/2026 al 23/06/2026 |
|---|---|---|
| STATI UNITI | DOW JONES | +2,7% |
| STATI UNITI | S&P 500 | -1,1% |
| STATI UNITI | NASDAQ | -2,7% |
| GIAPPONE | TOPIX | +3,5% |
| HONG KONG | HANG SENG | -8,1% |
| TAIWAN | TAIEX | +13,9% |
| KOREA | KOSPI | +5,0% |
| MESSICO | BOLSA | -2,2% |
| ARGENTINA | MERVAL | +12,9% |
| BRASILE | BOVESPA | -3,6% |
| INGHILTERRA | FTSE 100 | -0,1% |
| GERMANIA | DAX | +1,2% |
| FRANCIA | CAC 40 | +3,2% |
| SVIZZERA | SMI | +3,5% |
| ITALIA | S&P/MIB | +5,8% |
| SPAGNA | IBEX 35 | +8,4% |
Total return degli indici obbligazionari EFFA dei titoli di Stato e variazioni delle principali valute contro euro:
| Stato | Variazione % dal 21/05/2026 al 23/06/2026 |
|---|---|
| STATI UNITI | +0,7% |
| GIAPPONE | +1,0% |
| INGHILTERRA | +1,9% |
| AREA EURO | +1,3% |
| Stato | Variazione % dal 10/05/2026 al 23/06/2026 |
|---|---|
| USD/EUR | +1,9% |
| YEN/EUR | +0,4% |
| GBP/EUR | +0,2% |
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