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Se il 2021 è stato l’anno del dibattito sulla sostenibilità e dell’accelerazione sulla transizione ecologica, nel 2022 si passerà più concretamente ai fatti.

La nuova bussola verde

Focus

L'etichetta verde

L’obiettivo sarà quello di contribuire alla neutralità climatica dell’Europa entro il 2050. Il nuovo sigillo diventerà un riferimento per il mondo della finanza e per i governi.

Una forte spinta arriverà dall’entrata in vigore della nuova (e discussa) tassonomia europea delle fonti energetiche sostenibili sotto il profilo ambientale. Si tratterà di una nuova bussola che definirà le attività economiche in base al loro grado di attenzione all’ambiente. La grande novità è che in questa rinnovata classificazione, a cui Bruxelles sta lavorando da quattro anni, sono state inserite anche le centrali nucleari e il gas naturale, due forme di energia che fanno storcere il naso ai portabandiera del clima e della trasformazione verde.

Il via a questa nuova etichetta, che al momento è ancora una bozza della Commissione Europea ma che molto probabilmente diventerà realtà prima dell’estate dopo la discussione e dopo l’approvazione definitiva da parte del Parlamento UE, permetterà agli investitori di indirizzare i propri soldi in maniera più consapevole. 

Finora le diverse agenzie di rating Esg, i fondi e i gestori tematici hanno sempre utilizzato criteri «fatti in casa» e non sempre univoci tra loro. Adesso la tassonomia europea offrirà, per la prima volta, una certificazione decisa da un’istituzione sovrana. Questo passaggio rappresenterà un’importante novità per gli investimenti green in una fase in cui c’è molto interesse per questo tipo di tematica, soprattutto in Europa.

Secondo i dati Morningstar, al 30 settembre scorso le masse di capitali europee gestite secondo i principi di sostenibilità erano 3.431 miliardi di dollari, una cifra pari all’88% del totale a livello globale (3.893 miliardi di dollari). In ogni caso, il nuovo «brand» europeo stabilirà uno standard che potrebbe trasformarsi in un modello per tutti i mercati finanziari globali. Occorrerà però capire come il mondo degli investimenti accoglierà questa nuova interpretazione della sensibilità ambientale.

L’inclusione di nucleare e gas rischia, infatti, di aprire un vasto fronte di discussione. Non solo. La riscrittura della tassonomia europea spalancherà le porte anche agli ingenti finanziamenti Ue che, come nel caso del «Green Deal» della Commissione Europea, non saranno più riservati esclusivamente alle energie rinnovabili, come l’eolico e il solare ma potranno riguardare anche le aziende dell’energia nucleare e del fossile. Questo presumibilmente perché al momento non c’è altra soluzione tecnologica, ma il passaggio sarà oggetto di altre critiche ancora.

In gioco ci sono interessi miliardari, ha fatto i conti di recente il commissario europeo al Mercato interno Thierry Breton che ha definito «cruciale» l’apertura della tassonomia verde UE: le centrali nucleari europee di nuova generazione avranno bisogno di un investimento di «500 miliardi di euro da qui al 2050». Sul piano pratico, nel breve termine non cambierà quasi nulla perché i Paesi europei potranno continuare a modellare il proprio mix energetico come meglio credono. Inoltre nucleare e gas sono e saranno ancora per lungo tempo indispensabili in tutta Europa per soddisfare la domanda di energia e provvederanno a mantenere le reti in equilibrio.

Va detto che i piani della Ue per la decarbonizzazione impongono una graduale riduzione, sino ad azzerare gas e petrolio nel corso dei prossimi 30 anni nell’ambito dell’ambizioso programma «Fit for 55» che punta alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo di arrivare alla “carbon neutrality” per il 2050. 

Va detto che i piani della UE per la decarbonizzazione impongono una graduale riduzione, sino ad azzerare gas e petrolio nel corso dei prossimi 30 anni nell’ambito dell’ambizioso programma «Fit for 55» che punta alla riduzione delle emissioni di gas a effetto serra del 55% rispetto ai livelli del 1990, con l’obiettivo di arrivare alla “carbon neutrality” per il 2050. Come spesso accade nell’Unione Europea anche le decisioni sulla tassonomia verde sono basate su valutazioni politiche. La sfida è soprattutto tra Francia (alleata agli Stati dell’Est) e Germania. Da un lato Parigi considera il nucleare come un simbolo di sovranità nazionale. Dall’altro Berlino vede nell’atomo un indice di arretratezza delle politiche energetiche e a partire dal disastro di Fukushima del 2011 ha deciso di abbandonare il nucleare. Il Paese disattiverà proprio quest’anno i suoi ultimi tre reattori in funzione.

In questo dibattito, che da noi in Italia è ancora poco sentito, il governo tedesco ha fatto sapere che, pur essendo contrario al nuovo approccio verde, non chiederà rilevanti modifiche alla bozza dalla Commissione Europea e si asterrà in sede di Consiglio europeo al momento del voto sul provvedimento. Per far naufragare la bozza servono tuttavia 20 Stati membri contrari che rappresentino almeno il 65% della popolazione. Intanto la Francia con Emmanuel Macron sta puntando sempre di più sul nucleare. Attualmente è il secondo Paese al mondo per numero di impianti attivi (58) e ne vuole costruire altri ancora.

La Germania sta invece scommettendo sul gas: nuovi terminali sono stati programmati sul Mare del Nord e al centro degli interessi compare il gasdotto russo Nord Stream 2. Allo stesso tempo finanzia pannelli solari ed eolico. La disputa è complessa, e questo potrebbe diventare il momento della verità per il processo di transizione energetica nella UE nei prossimi anni. Il cammino è però ancora lungo: solamente nel corso di quest’anno gli Stati membri dovranno negoziare su di un totale di dodici progetti di legge della Commissione Europea che hanno l’obiettivo di rendere l’Europa neutrale entro il 2050. La sfida sulla nuova bussola verde è soltanto un primo assaggio di ciò che attende l’Unione nel 2022 e nel corso dei prossimi anni.

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