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Ludovica Favarotto
ISPI Junior Research Fellow
La connettività globale poggia su una rete di infrastrutture fisiche essenziali, ma vulnerabili. Conflitti, sabotaggi e carenze nella cooperazione internazionale mostrano come la geografia continui a condizionare la sicurezza e la resilienza del mondo digitale.
L’interruzione dei traffici nello Stretto di Hormuz, che si protrae ormai da mesi, ha messo in luce la straordinaria dipendenza dell’economia globale da un numero limitato di corridoi strategici. Dallo Stretto di Suez e da Bab al-Mandab fino allo Stretto di Malacca, la geografia del potere globale è stata a lungo plasmata dal controllo e dalla circolazione delle risorse energetiche e delle merci. Esiste, tuttavia, una vulnerabilità geografica meno evidente, ma altrettanto rilevante, che interessa l’infrastruttura fisica alla base della connettività digitale.
Sebbene la rete digitale sia spesso percepita come decentralizzata e resiliente, l’infrastruttura su cui poggia rivela una realtà ben diversa. I cavi sottomarini che trasportano il traffico dati internazionale si concentrano, infatti, lungo percorsi relativamente circoscritti sui fondali marini, mentre una quota significativa dei servizi digitali cloud dipende da un numero ristretto di fornitori.
Questi punti di concentrazione costituiscono non soltanto una leva strategica per gli Stati, ma anche una fonte di vulnerabilità, con ripercussioni che si estendono ben oltre il dominio digitale. È in corrispondenza di questi snodi che emergono i cosiddetti chokepoint digitali: aree critiche la cui compromissione può innescare interruzioni a cascata.
La portata di questo ecosistema è notevole. A ottobre 2026, nel mondo sono in servizio 607 sistemi di cavi sottomarini, con altri 102 in fase di progettazione, per un’estensione complessiva di oltre 1,7 milioni di chilometri sotto gli oceani. Questi cavi trasportano tra il 95% e il 99% del traffico Internet globale e supportano un’ampia gamma di attività critiche: dalle transazioni finanziarie e commerciali alle comunicazioni governative e militari, fino ai flussi di dati alla base dell’intelligenza artificiale (IA).
In questo scenario, le stazioni di approdo dei cavi rappresentano un ulteriore elemento fondamentale. La loro ubicazione può infatti influenzare la distribuzione della connettività internazionale, soprattutto nelle aree costiere in cui convergono più cavi. Zone strategiche come il Canale della Manica, lo Stretto di Malacca, Singapore e Bab al-Mandab mostrano come i percorsi dei cavi sottomarini si intersechino spesso con i tradizionali colli di bottiglia commerciali. Al di là di questi corridoi di transito, le città che ospitano numerosi punti di approdo e dispongono di estese interconnessioni terrestri sono diventate importanti hub di connettività digitale, a testimonianza del più ampio fenomeno della “data gravity”.
La rilevanza strategica della geografia digitale non dipende, tuttavia, soltanto dalla localizzazione delle infrastrutture, ma anche da chi le finanzia, le possiede e ne determina lo sviluppo. Sotto questo profilo, è in corso un cambiamento significativo nella proprietà e nel finanziamento delle infrastrutture digitali, in particolare quelle sottomarine. Se in passato gli operatori tradizionali delle telecomunicazioni ricorrevano ampiamente a consorzi per finanziare, costruire e gestire i sistemi via cavo, oggi le principali aziende tecnologiche statunitensi – Google, Meta, Microsoft e Amazon – sono diventate investitori sempre più importanti nel settore. Questi investimenti riflettono la crescente necessità di garantire capacità e sicurezza per le proprie piattaforme, i data center e i servizi legati all’IA. I progetti recenti ne illustrano la portata. Il 21 settembre 2026, Meta ha annunciato Petal, un cavo sottomarino transatlantico ancora in fase di progettazione, che collegherà la Francia agli Stati Uniti per circa 7.000 chilometri, con una capacità di un petabit al secondo, equivalente a un milione di gigabyte. Nel frattempo, Amazon ha annunciato investimenti per circa 220 miliardi di dollari in spese in conto capitale entro il 2026, destinati principalmente all’espansione dei suoi data center.
Questo cambiamento rafforza il legame tra infrastrutture e innovazione, ridefinendo allo stesso tempo gli equilibri di potere. Le aziende che gestiscono le principali piattaforme cloud e i servizi digitali non si limitano più a utilizzare le reti esistenti, ma ne creano ex novo, acquisendo così un’influenza crescente sulle infrastrutture fisiche e il flusso di dati da cui dipende l’economia globale.
I rischi per la sicurezza legati ai chokepoint digitali non possono essere sottovalutati: eventuali interruzioni delle infrastrutture digitali possono infatti produrre conseguenze ben più gravi di un semplice rallentamento della connettività. Il danneggiamento dei cavi sottomarini e dei data center, soprattutto se concomitante con un conflitto lungo le principali rotte commerciali marittime, può generare forti ripercussioni sulle catene di approvvigionamento globali.
Non si tratta di uno scenario puramente ipotetico. Negli ultimi anni, si sono verificati numerosi episodi di danneggiamento dei cavi sottomarini nel Mar Baltico e nel Mar Rosso, in un contesto segnato anche dagli attacchi degli Houthi alla navigazione commerciale nel 2024. Più recentemente, secondo quanto riferito da Reuters, l’Iran avrebbe minacciato le infrastrutture sottomarine nel Golfo gestite dalle big tech americane, chiedendo il pagamento di una commissione. Nello stesso contesto di instabilità regionale, Amazon Web Services ha subito gravi danni ai propri data center in Bahrein e negli Emirati Arabi Uniti.
La vulnerabilità di queste infrastrutture, perciò, non è soltanto potenziale, ma strutturale. Ogni anno si verificano circa 150-200 guasti ai cavi sottomarini, il 70-80% dei quali è attribuibile ad attività umane, come la pesca e l’ancoraggio delle navi, o a eventi naturali, come terremoti e correnti marine. In questo quadro, distinguere tra incidente e sabotaggio può risultare particolarmente difficile. Nel 2025, ad esempio, uno studio ha analizzato nove episodi di danneggiamento dei cavi avvenuti nei pressi di Taiwan e nel Mar Baltico, rilevando che quattro delle imbarcazioni coinvolte presentavano legami diretti con la Russia o la Cina, avevano tenuto comportamenti sospetti e appartenevano a proprietari “sconosciuti”. L’accertamento delle responsabilità risulta quindi complesso, soprattutto quando le circostanze dell’incidente non sono chiare. A ciò si aggiungono le difficoltà operative legate al ripristino della connettività: il numero limitato di navi specializzate nelle riparazioni (circa 60), i tempi e i costi degli interventi, nonché gli ostacoli all’accesso alle acque territoriali o alle zone interessate da operazioni militari.
Anche i data center presentano vulnerabilità specifiche: i danni fisici possono compromettere per periodi prolungati l’elaborazione dei dati e l’erogazione di diversi servizi, mentre il ripristino della piena capacità operativa può richiedere mesi di lavoro e ingenti investimenti. La resilienza delle infrastrutture digitali dipende pertanto non solo dalla capacità di prevenire i danni, ma anche da quella di ripristinare rapidamente i servizi in caso di interruzione.
Le implicazioni strategiche di queste vulnerabilità vanno, tuttavia, oltre il danno materiale. A differenza di un attacco convenzionale contro un obiettivo chiaramente identificabile, il sabotaggio delle infrastrutture digitali può essere difficile da attribuire, collocandosi in uno spazio giuridico e politico ambiguo. Questa incertezza complica la risposta e accresce il rischio di errori di valutazione e di escalation. Al tempo stesso, crea le condizioni per il ricorso alle cosiddette “tattiche della zona grigia” (grey-zone tactics), attraverso le quali un attore può esercitare pressioni significative senza oltrepassare la soglia del conflitto aperto. Le interferenze fisiche e gli attacchi informatici si configurano così come strumenti distinti, ma potenzialmente complementari, di pressione e destabilizzazione contro questi colli di bottiglia.
Garantire la resilienza dei chokepoint digitali è fondamentale per assicurare il funzionamento delle telecomunicazioni, della governance, del commercio e della difesa – sia pubblica che privata – anche nelle condizioni più difficili.
Gli investimenti futuri in infrastrutture digitali e cavi sottomarini dovrebbero dare priorità alla ridondanza delle reti e alla diversificazione geografica, collegando i principali nodi tramite percorsi alternativi, stazioni di approdo aggiuntive e reti di raccordo terrestri. I governi dovrebbero sostenere questi interventi semplificando le procedure di approvazione, fornendo cofinanziamenti e incentivi finanziari, e potenziando la capacità di riparazione dei cavi. Parallelamente, governi e aziende private dovrebbero investire in tecnologie per rafforzare la sicurezza delle reti, tra cui i sistemi di monitoraggio sottomarino e strumenti di sorveglianza potenziata. Iniziative che si basano sull’impiego di risorse spaziali e sulla condivisione dei dati come il progetto HEIST della NATO – finalizzato all’integrazione delle comunicazioni satellitari con le reti di cavi sottomarini – dimostrano il potenziale di questi approcci.
Accanto agli investimenti infrastrutturali e tecnologici, è essenziale rafforzare il coordinamento internazionale. La cooperazione dovrebbe includere la condivisione di informazioni di intelligence, procedure coordinate per gli interventi di riparazione, esercitazioni congiunte e misure volte a garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento, soprattutto nelle aree geopoliticamente sensibili e nei pressi dei principali nodi digitali. Altrettanto rilevante è affrontare le questioni giuridiche e giurisdizionali legate all’UNCLOS, che spesso complicano l’attribuzione delle responsabilità e l’applicazione delle norme in caso di danni alle infrastrutture sottomarine.
Sul piano diplomatico, sono già emerse iniziative concrete in questa direzione. Il 30 maggio 2026, in occasione del 23° Dialogo di Shangri-La, 17 Paesi hanno approvato i principi guida per gli scambi in materia di difesa delle infrastrutture sottomarine (GUIDE). Promossa da Singapore, l’iniziativa istituisce un quadro volontario e transregionale per la cooperazione con l’obiettivo di migliorare la sicurezza dei cavi sottomarini. Sebbene non sia giuridicamente vincolante né comporti impegni finanziari obbligatori, GUIDE testimonia una volontà condivisa di rafforzare la cooperazione internazionale per la resilienza delle infrastrutture su cui si fonda l’economia globale interconnessa.
Il conflitto in corso tra Stati Uniti e Iran ha messo in luce un aspetto spesso trascurato: le fondamenta del mondo digitale sono fisiche e vulnerabili. L’ordine economico globale e la stessa società dipendono sempre di più dai servizi offerti da infrastrutture digitali interconnesse. La salvaguardia di questo equilibrio richiede quindi un’attenzione particolare non solo alla sicurezza informatica delle reti e alla gestione dello scambio di dati, ma all’intero ecosistema che ne garantisce il funzionamento.
La resilienza dei punti critici digitali non è quindi una questione esclusivamente tecnologica, bensì una priorità strategica per la sicurezza economica e la stabilità dell’ordine internazionale. Il prossimo grande shock globale potrebbe infatti non avere origine dall’interruzione dei flussi commerciali tradizionali, ma dalla compromissione delle infrastrutture digitali su cui si basano.
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