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Soumya Bhowmick
Centre for New Economic Diplomacy (CNED) at Observer Research Foundation (ORF)

L'India, che detiene quest'anno la presidenza del gruppo, ha una sfida davanti: trasformare un forum in preda alle tensioni in una piattaforma pragmatica di cooperazione economica.

Il Gruppo delle economie emergenti

Focus

India e BRICS

​​​​​​​Al momento del lancio della propria presidenza BRICS, il ministero degli Esteri indiano ha annunciato come tema per il 2026 “Costruire per la resilienza, l’innovazione, la cooperazione e la sostenibilità”, richiamandosi esplicitamente a una visione “Humanity First” e centrata sulle persone.

I BRICS non sono mai stati concepiti come un’alleanza militare, bensì come una coalizione di potenze emergenti alla ricerca di una voce più incisiva nella governance globale, di maggiori margini di manovra nelle politiche di sviluppo e di una concezione più plurale dell’ordine mondiale. Eppure, la guerra nel Golfo iniziata nel febbraio 2026 ha posto il gruppo di fronte a un vero e proprio stress test interno sul piano militare e della sicurezza. Il blocco, che oggi include i nuovi membri Egitto, Etiopia, Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Indonesia accanto ai cinque membri originari — Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica — si trova a fare i conti, dall’interno, con un conflitto che ha investito le geografie dei suoi stessi membri, interrotto rotte commerciali ed esposto allineamenti di sicurezza profondamente divergenti.

Oggi il gruppo riunisce 11 importanti economie emergenti, che rappresentano circa il 49,5% della popolazione mondiale, il 40% del PIL globale e il 26% del commercio mondiale. Se l’allargamento ne ha indubbiamente accresciuto il peso rappresentativo, la crisi attuale sta mettendo alla prova la capacità dei BRICS di restare una piattaforma economica e politica credibile quando alcuni dei suoi membri sono direttamente colpiti dalla guerra, mentre altri sono costretti ad assorbirne i costi indiretti.
 

L’allargamento dei BRICS complica il consenso


Per anni, i BRICS sono stati sufficientemente ampi e flessibili da includere democrazie e altri sistemi di governo, esportatori di materie prime e poli manifatturieri, partner e critici degli Stati Uniti. Questa elasticità ha consentito al gruppo di funzionare nonostante le divisioni sull’Ucraina, sulle sanzioni, sulla riforma del commercio e sul futuro del dollaro. Ma, con l’ingresso di importanti potenze del Golfo e di attori dell’Asia occidentale, i BRICS hanno smesso di essere soltanto un forum che commenta le crisi da una distanza di sicurezza. Non a caso, nel 2025, quando i ministri degli Esteri dei BRICS riuniti a Rio non sono riusciti a concordare un comunicato congiunto, è emerso con chiarezza quanto sia più difficile raggiungere il consenso in un formato allargato.

La contraddizione centrale dei BRICS di oggi è che la loro scala, diversità e attrattiva rappresentativa rendono anche più difficile sostenere una coerenza strategica. Il gruppo può ancora trovare un’intesa sulla riforma delle istituzioni, sulla finanza per lo sviluppo o sul linguaggio della multipolarità. È molto meno probabile che riesca a produrre una posizione unitaria su conflitti nei quali i suoi membri hanno percezioni della minaccia, allineamenti esterni e vincoli interni differenti. Per l’India, che ha assunto la presidenza di turno nel 2026, ciò significa che la vecchia formula BRICS della solidarietà simbolica non è più sufficiente. La questione non è se i BRICS possano diventare strategicamente uniti, ma se possano rimanere politicamente rilevanti ed economicamente utili nonostante le fratture interne.
 

Corridoi, materie prime e il prezzo della frammentazione


La guerra nel Golfo ha reso inequivocabilmente geoeconomico l’ordine commerciale globale. L’UNCTAD ha avvertito che le interruzioni nello Stretto di Hormuz rallenterebbero commercio e crescita nel 2026, intensificherebbero le pressioni inflazionistiche, indebolirebbero le valute delle economie in via di sviluppo e aumenterebbero il costo dell’indebitamento estero. Gli effetti economici immediati della guerra, infatti, si trasmettono non solo attraverso i prezzi del petrolio, ma anche tramite i mercati dei noli, il rischio assicurativo, le condizioni finanziarie e la vulnerabilità sovrana.

I recenti sviluppi dei mercati confermano la portata del problema. A maggio 2026, il Brent è temporaneamente salito intorno ai 120 dollari al barile, mentre riemergevano i timori di un possibile collasso del fragile cessate il fuoco, i flussi fisici di petrolio restavano limitati e persistevano interruzioni nei trasporti marittimi, nei noli e nelle assicurazioni. Anche una volta riaperta la rotta marittima, il processo di normalizzazione economica sarà inevitabilmente lento, costoso e incerto. Per le economie emergenti, è esattamente questo tipo di shock prolungato a trasformare un conflitto regionale in un problema di sviluppo.

Per i BRICS, tali interruzioni colpiscono il cuore di ciò che il gruppo afferma di rappresentare: gli interessi economici del Sud globale in un mondo più volatile. La Russia ha già proposto la creazione di riserve alimentari congiunte con i partner BRICS in risposta alla crisi mediorientale, evidenziando gli effetti a catena sul commercio dei fertilizzanti e sulla sicurezza alimentare. La logica è che, se i BRICS non possono impedire le guerre, devono quantomeno diventare più capaci di attutirne le conseguenze economiche.

L’India incarna al tempo stesso la vulnerabilità e la capacità di adattamento. Nel marzo 2026, il governo indiano ha dichiarato che il Paese importa oggi greggio da circa 40 Paesi e che circa il 70% delle importazioni di petrolio arriva attraverso rotte esterne a Hormuz, rispetto al 55% circa del periodo precedente. Ha però anche riconosciuto che l’India importa circa il 60% del GPL che consuma e che, di norma, circa il 90% di queste importazioni transita attraverso lo Stretto di Hormuz. Nuova Delhi resta quindi direttamente esposta alla crisi, anche se la sua strategia di diversificazione ha ridotto l’intensità dello shock sui prezzi del greggio. È proprio per questo che la presidenza indiana dei BRICS dovrà essere più pragmatica che performativa.
 

La presidenza indiana: pragmatismo più che postura


Nel primo incontro degli Sherpa, a febbraio, Nuova Delhi ha delineato un’agenda particolarmente ampia, che comprende salute, agricoltura, lavoro e occupazione, riduzione del rischio di catastrofi, ambiente, cambiamento climatico, energia, innovazione, tecnologie dell’informazione e della comunicazione, sicurezza e contrasto al terrorismo, nonché ambiti economici e finanziari. Non è il linguaggio della contrapposizione tra blocchi, ma quello di un pluralismo gestito, che riconosce come i BRICS abbiano maggiori probabilità di restare vitali se si concentrano sulla cooperazione pratica in molteplici settori, invece di tentare di imporre un’unità strategica.

L’approccio indiano dovrebbe dunque partire dal modo in cui il gruppo viene inquadrato. In primo luogo, l’India dovrebbe presentare i BRICS meno come un contrappeso all’Occidente e più come una piattaforma di stabilizzazione per il Sud globale. Questa distinzione è sempre più importante in una fase in cui il gruppo viene spesso interpretato attraverso il prisma della rivalità geopolitica. L’autonomia strategica, più che la politica dei blocchi, ha da tempo plasmato la diplomazia indiana, ed è improbabile che Nuova Delhi sostenga una narrazione che trasformi i BRICS in uno strumento di conflitto ideologico permanente. Un approccio più credibile sarebbe posizionare il gruppo come un forum volto a ridurre la vulnerabilità sistemica delle economie emergenti attraverso riforma istituzionale, finanza per lo sviluppo, connettività dei pagamenti e resilienza delle catene di approvvigionamento.

In secondo luogo, l’India avrebbe interesse a dare priorità alla resilienza dei corridoi e alla sicurezza delle materie prime rispetto a segnali apertamente politici. I BRICS dispongono già di alcuni elementi di un’architettura di risposta. La Dichiarazione di Rio ha sostenuto la prosecuzione dei lavori sulla BRICS Grain Exchange e ha invocato la riduzione al minimo delle interruzioni nei flussi di alimenti e fertilizzanti, mentre la dichiarazione ministeriale agricola del 2025 ha appoggiato pagamenti agricoli sicuri, cooperazione nel commercio e nella produzione di fertilizzanti, certificazione digitale e interoperabilità tra piattaforme nazionali di certificazione. L’India potrebbe utilizzare la propria presidenza per consolidare questi filoni in un’agenda più ampia di resilienza, collegando cibo, fertilizzanti, energia, trasporti marittimi e facilitazione del commercio come pilastri interconnessi della sicurezza economica.

In terzo luogo, sul piano operativo, l’India può promuovere risultati concreti in materia di pagamenti interoperabili, cooperazione logistica, consultazione energetica d’emergenza e finanza per lo sviluppo. Le basi sono già visibili nel sostegno espresso dalla Dichiarazione di Rio alla BRICS Cross-Border Payments Initiative, a una maggiore interoperabilità tra i sistemi di pagamento e a un progetto pilota di Garanzie multilaterali BRICS presso la Nuova Banca di Sviluppo, volto a ridurre il rischio degli investimenti strategici. L’obiettivo più ampio dovrebbe essere spostare i BRICS dalla politica dichiarativa verso meccanismi in grado di facilitare le transazioni, abbassare i rischi e ridurre i costi della frammentazione economica per gli Stati membri.

Questa sequenza è coerente con l’approccio diplomatico di Nuova Delhi, che tende a privilegiare progressi incrementali rispetto alla postura di blocco, preservando la flessibilità strategica e costruendo cooperazione attorno a risultati specifici. Un gruppo che include India e Cina, Iran e Arabia Saudita, e membri con relazioni molto diverse con Washington difficilmente potrà raggiungere una coerenza strategica. Può però ancora produrre coordinamento economico. Il vantaggio dell’India come presidente di turno risiede nel riconoscere che i BRICS non devono necessariamente pensarla allo stesso modo per agire utilmente laddove gli interessi convergono.

I BRICS sotto pressione, dunque, rappresentano meno un test di unità che un test di utilità. Il conflitto nel Golfo ha esposto i limiti della convergenza politica all’interno di un gruppo allargato, ma ha anche rafforzato le ragioni di una cooperazione pragmatica per ridurre la vulnerabilità. In definitiva, in un mondo plasmato da colli di bottiglia, shock di approvvigionamento e ricorrenti effetti di spillover dei conflitti, i BRICS saranno giudicati meno dalla loro retorica che dalla loro capacità di attenuare le interruzioni economiche. Se durante la propria presidenza l’India riuscirà a guidare il gruppo in questa direzione, potrà offrire ai BRICS una finalità più credibile.

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