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Andrea Nascè
Intervista a
Direttore Financial Advisory
Fonte

L'Economia del Corriere della Sera - Pag. 38

del 18-mag-2020

Come investono Harvard e Yale, le due istituzioni universitarie più ricche, con un patrimonio rispettivamente pari a 39 e 30 miliardi di dollari?

E se provassimo a investire come Harvard e Yale? I santuari globali delle università sono anche ottimi investitori. Da copiare (nel limite del possibile) con i nuovi fondi alternativi dedicati ai piccoli investitori o con i Btp Italia, che stanno per tornare sul mercato tra un paio di settimane.

Nel mezzo della bufera, quando i mercati vanno giù, è facile lasciarsi prendere dal panico. Liquidare gli investimenti dopo un crollo di Borsa, però, è la peggiore decisione che si possa prendere, perché equivale a cristallizzare le perdite e preclude la possibilità di cavalcare la successiva ripresa delle quotazioni. Un'alternativa alla fuga nella liquidità - rassicurante ma, a lungo andare, costosa - è quella di gettare il cuore oltre l'ostacolo. Ritrovare le coordinate di lungo termine dell'investimento, quelle tracciate dalla storia dei mercati finanziari, che insegnano come le cadute violente siano sempre seguite da rimbalzi altrettanto vigorosi.

E se è vero che per trovare una via d'uscita bisogna ancorare il portafoglio a un orizzonte di ampio respiro, allora un'idea può essere quella di imitare gli investimenti di alcuni operatori un po' speciali, orientati per definizione al lungo, anzi, lunghissimo termine: gli enti che gestiscono gli endowment, ovvero le riserve finanziarie delle grandi università americane - oggi chiuse per l'emergenza covid, le lezioni sono online - in larga parte frutto di donazioni accumulate nel tempo e continuamente reinvestite. Con risultati di tutto rispetto e, soprattutto, relativamente stabili. Secondo lo studio annuale realizzato dall'Associazione nazionale dei college e dei responsabili del business nelle università (Nacubo), infatti, il ritorno degli investimenti è stato in media dell'5,3% nel 2019, con una media a io anni dell'8,4%, superiore all'obiettivo tendenziale di queste istituzioni, prossimo al 7%.
 

Come investono Harvard e Yale, le due istituzioni universitarie più ricche, con un patrimonio rispettivamente pari a 39 e 30 miliardi di dollari? (...)

«A questo si aggiunge un livello di complessità non banale, che richiede uno sforzo adeguato in termini di comunicazione, da parte del consulente. A mio avviso - precisa Andrea Nascè, direttore financial advisory di Ersel - questi strumenti sono adatti a investitori con un profilo medio alto in termini di competenze e disponibilità finanziarie. Ciò premesso, per i risparmiatori che possono permettersi un orizzonte temporale molto lungo, ha senso cercare di avvicinarsi alla costruzione di portafogli tipica delle grandi università americane, con una quota rilevante dedicata ai private market e l'accesso ai relativi consistenti premi al rischio».
 

Storia e presente

Storicamente, racconta Nascé, il private equity puro - frequentato dagli investitori istituzionali nella forma più efficiente dal punto di vista operativo - ha offerto ritorni medi attorno al 13% annuo, con una forbice che va dall'8% al 22% a seconda dei vintage (annate di inizio dei fondi ndr).

Nel private debt ci sono delle nicchie che ancora oggi possono consegnare oltre il 10%. La dispersione dei risultati però è molto ampia in tutti i private market. Servono competenze elevate per selezionare i team di gestione e le soluzioni più performanti. «La forma pura, del resto, pone una serie di complessità tecniche e amministrative facilmente gestibili finché si tratta di grandi investitori istituzionali, meno se si allargano lo spettro dei potenziali acquirenti», avverte Nascé. «Rendere i mercati privati più accessibili impone quindi un adeguamento dell'offerta. La semplificazione non deve superare certi limiti se non si vuole snaturare lo strumento. Altrimenti il rischio è che i rendimenti attesi finiscano per diluirsi».


Mercati «privati» al 20% nel mix per i risparmiatori

I mercati privati valgono quasi il 40 per cento nel portafoglio dell'Università di Yale, tra private equity e venture capital. Sono attorno al 20% nel caso della Harvard management company, che gestisce le riserve finanziarie del prestigioso college americano. Qui va aggiunta una dose consistente di hedge fund, pari quasi a un terzo del paniere.

«Bisogna ricordare che queste istituzioni hanno accesso ai migliori hedge fund manager a livello mondiale, spesso sotto forma di gestioni dedicate, con profili commissionali molto competitivi in ragione delle somme investite», precisa Andrea Nascè, direttore financial advisory di Ersel. Per il grande pubblico invece, a ben vedere, gli hedge fund negli ultimi cinque anni sono stati aridi di soddisfazioni: un banale portafoglio 50% azionario e 50% obbligazionario ha fatto meglio, complice l'eccezionale stimolo monetario che ha alimentato il lungo rally di equity e reddito fisso. «Tuttavia, esiste ancora qualità anche nel mondo degli alternativi più liquidi, sia in forma hedge, sia in forma ucits (fondi armonizzati ndr). Occorre affidarsi però a chi conosce bene i gestori ed è in grado di fare una buona consulenza su questi temi specifici», ricorda Nascé. (...)

Intervista a
Andrea Nascè

Andrea Nascè

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L'Economia del Corriere della Sera - Pag. 38

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