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Guido Alberto Casanova
ISPI Research Fellow
Dopo oltre un anno di instabilità politica, le elezioni generali hanno consegnato alla premier Takaichi una vittoria storica che consente al suo governo di uscire dalla fase incerta in cui il paese si trovava e che suggella la sua ascesa politica.
Dopo oltre un anno di instabilità politica, le elezioni generali tenutesi in Giappone l’8 febbraio hanno consegnato alla prima ministra Sanae Takaichi una vittoria storica che consente al suo governo di uscire dalla fase incerta in cui il paese si trovava e che suggella l’ascesa politica di Takaichi. Lo scorso autunno, la crescente sfiducia nei confronti del tradizionale partito di governo aveva portato all’elezione di Takaichi, la prima donna nella storia del Giappone a ricoprire il ruolo di primo ministro. Il suo governo, in carica da poco più di tre mesi, ha proposto ambiziosi progetti di riforma per l’economia e la sicurezza del paese ma si è dovuto anche scontrare con le considerevoli limitazioni istituzionali dovute alla mancanza di una solida maggioranza parlamentare. Sul fronte internazionale, invece, la prima ministra ha dovuto gestire in primo luogo il riaccendersi delle tensioni con la Cina, che hanno segnato una battuta d’arresto al tiepido riavvicinamento cercato dal predecessore di Takaichi.
L’attuale fase di crisi politica attraversata dal Giappone si è aperta a fine 2024, con la perdita della maggioranza parlamentare nella camera bassa della Dieta da parte della coalizione di governo, e si è ulteriormente aggravata lo scorso luglio quando la coalizione guidata dal Partito liberal-democratico (Pld) ha perso la maggioranza anche nella camera alta. Quella sconfitta elettorale era stata piuttosto significativa politicamente per l’allora primo ministro in carica, Shigeru Ishiba, per almeno tre ordini di motivi: l’enorme deflusso di voti che aveva portato il Pld a raccogliere appena il 21,6% delle preferenze, perdendo oltre 5 milioni di elettori rispetto alla precedente tornata; il cedimento della base elettorale storica del Pld, che nel voto di luglio aveva mostrato preoccupanti segnali di defezione verso l’opposizione sia nelle aree rurali, su cui tradizionalmente si fonda il potere del partito, sia tra gli elettori più nazionalisti in precedenza mobilitati dall’ex premier Shinzo Abe; e l’incapacità di Ishiba di riconquistare il favore popolare nonostante il proprio ascendente personale.
Perciò, dopo settimane di forti pressioni interne, Ishiba aveva rassegnato le proprie dimissioni da leader del Pld aprendo così la corsa alla successione. A contendersi la guida del partito con Takaichi c’erano anche Shinjiro Koizumi e Yoshimasa Hayashi, rispettivamente il ministro dell’Agricoltura e il capo segretario di gabinetto del governo Ishiba. I due si collocano su posizioni più moderate rispetto a Takaichi, la quale invece, dalla scomparsa di Abe, si è posta alla guida dell’ala nazional-conservatrice. Nonostante Koizumi e Hayashi abbiano ottenuto un maggior consenso tra gli altri parlamentari del Pld, durante le primarie del 4 ottobre Takaichi ha raccolto un maggior numero di voti tra gli iscritti al partito e, grazie al sostegno di Taso Aso – probabilmente il più importante capopartito rimasto all’interno del Pld –, è riuscita a vincere lo spareggio.
La prassi politica giapponese vuole che il ruolo di primo ministro sia ricoperto dal leader della maggioranza (relativa) in parlamento, motivo per cui Takaichi avrebbe dovuto essere proposta come candidato della coalizione guidata dal Pld. Tuttavia, la nomina è stata complicata dalla fuoriuscita dalla coalizione di governo di Komeito, il partito d’ispirazione buddhista che per 26 anni è stato alleato del Pld. Il passaggio di Komeito all’opposizione, motivato dalle preoccupazioni per la riluttanza di Takaichi a contrastare maggiormente il problema della trasparenza nel finanziamento dei partiti e a evitare il ripetersi di scandali come quello che aveva scosso il partito nel 2023-24, ha quindi gettato nell’incertezza la nomina di Takaichi a prima ministra. A seguito di questa rottura, il Pld ha intavolato discussioni con i partiti dell’opposizione per sondare la possibilità di creare una nuova coalizione e, in poco tempo, è giunto a stringere un patto di governo con Nippon Ishin, un piccolo partito riformista di destra con una forte impronta regionalista e saldamente radicato nella città di Osaka. Il patto ha sancito l’impegno politico dei due partiti a sospendere per due anni l’imposta sui consumi dei prodotti alimentari, rivedere la normativa sulle donazioni ai partiti politici, snellire la spesa pubblica e la burocrazia, riformare l’assistenza sociale e favorire la decentralizzazione statale.
Grazie al sostegno di Nippon Ishin, il 21 ottobre Takaichi è dunque stata la prima donna a venire eletta capo del governo giapponese. Nonostante il patto di governo, Nippon Ishin non è entrato formalmente nel gabinetto di Takaichi, optando invece per un ruolo di supporto esterno. La decisione di mantenersi a distanza di sicurezza dal nuovo esecutivo ha messo in evidenza come Nippon Ishin sia restio a legare saldamente il proprio destino a quello del Pld, suggerendo una certa mancanza di fiducia nei confronti dell’alleato di coalizione. Takaichi, dunque, si è ritrovata in una situazione da “anatra zoppa” caratterizzata da una grande contraddizione: da un lato, il governo si deve scontrare con considerevoli limiti istituzionali derivanti dalla mancanza di una maggioranza parlamentare stabile, ma dall’altro la prima ministra ha costantemente goduto di tassi di gradimento popolare molto alti – che si aggiravano attorno al 70% – fin dal suo insediamento. Perciò, forte di un ampio sostegno popolare per riformare il paese ma ostacolata dalla debolezza politica in cui si trova il suo governo, a gennaio Takaichi ha preso la decisione di sciogliere la camera bassa della Dieta e convocare nuove elezioni generali per l’8 febbraio.
In tema di politica interna, il programma della nuova prima ministra si articola lungo tre direttrici d’intervento principali: una economica, una sociale e una sicuritaria. Sulla scia dell’approccio reflazionista del proprio mentore Abe, in ambito economico Takaichi ha proposto una “responsible and proactive fiscal policy”, secondo cui la spesa pubblica deve essere utilizzata in modo strategico e mirato per sostenere i settori critici dell’industria giapponese e rimettere così in moto la crescita. Il principio guida di questa strategia è quello della sicurezza economica con il quale il governo di Takaichi intende ridurre le vulnerabilità intrinseche nell’esposizione dell’economia giapponese verso attori politicamente ostili, tutelando così il paese da possibili tentativi di coercizione economica come, ad esempio, attraverso l’introduzione di dazi doganali sui prodotti giapponesi o l’interruzione delle forniture di terre rare. In quest’ottica si inseriscono l’intenzione annunciata di adottare una normativa più stringente sugli investimenti diretti esteri in entrata e il chiarimento riguardo la legge sull’antitrust, ma soprattutto il piano di spesa pubblica per gli investimenti strategici in settori chiave come l’intelligenza artificiale, i semiconduttori, la cantieristica navale, l’aerospazio e la difesa.
Tuttavia, i mercati si sono mostrati piuttosto impensieriti da queste proposte economiche. Le politiche di espansione della spesa pubblica e l’ipotesi avvallata da Takaichi di un nuovo taglio delle tasse hanno infatti sollevato preoccupazione riguardo alla determinazione della prima ministra a mantenere la disciplina fiscale, dato il già alto livello di indebitamento pubblico del Giappone. A fine gennaio, questo rischio ha colpito negativamente il rendimento dei titoli di stato giapponesi e il valore dello yen.
Dal punto di vista delle politiche sociali invece, il controllo dell’immigrazione e le politiche riguardo i residenti stranieri si sono imposti al centro dell’agenda politica. Nonostante il governo riconosca che la crisi demografica in corso rende indispensabile l’afflusso di manodopera straniera per alcuni settori dell’economia, i primi passi mossi su questo tema puntano nella direzione di una decisa stretta delle normative: tra le misure prese in esame c’è l’allungamento del periodo di permanenza minimo per ottenere la cittadinanza, l’obbligo per gli stranieri di dichiarare la propria cittadinanza nel caso di acquisizioni di terreni e la revisione del sistema di visti e permessi di soggiorno.
Per quanto concerne invece la sicurezza, Takaichi si è fatta promotrice di importanti proposte di riforma. La prima è la decisione di rivedere entro la fine dell’anno la Strategia sulla sicurezza nazionale, su cui si basa la politica di difesa del paese, con l’intenzione di aumentare la spesa per la difesa. L’ultima revisione del documento, avvenuta nel dicembre 2022, prevedeva che questa voce di spesa avrebbe dovuto raggiungere la soglia del 2% del Pil entro marzo 2028, ma lo scorso dicembre è stata approvata una manovra straordinaria economica proposta dall’attuale governo che porterebbe la spesa per la difesa al 2% già entro l’attuale anno fiscale. Un’altra riforma presa in esame è quella dell’export di armamenti, su cui da decenni vigono pesanti restrizioni auto-imposte – sebbene queste siano state allentate negli ultimi anni. A oggi il Giappone non può esportare armamenti letali neanche verso i propri partner strategici, salvo alcuni casi eccezionali che coinvolgono il co-sviluppo e la co-produzione di suddetti armamenti. Secondo la proposta avanzata dal Pld, la normativa dovrebbe attenuare le limitazioni sulle categorie di armamenti esportabili ed espandere la lista di possibili destinatari. Infine, Takaichi ha anche proposto di riformare l’architettura del sistema di intelligence in modo tale da rafforzare le capacità di contrasto dello spionaggio.
Queste ultime decisioni in tema di sicurezza si legano al contesto di crescente instabilità dell’Indo-Pacifico, caratterizzato da incertezza strategica e tensioni regionali. L’esempio più evidente è la crisi apertasi negli ultimi mesi con la Repubblica popolare cinese (Rpc), che è stato il principale dossier con cui la politica estera di Takaichi ha dovuto fare i conti in questi mesi.
Le relazioni con Pechino sono implose dopo che, nel corso dell’interpellanza parlamentare del 7 novembre, la prima ministra ha detto che un’aggressione militare cinese contro Taiwan costituirebbe una “minaccia alla sopravvivenza” del Giappone per cui il paese – in cui vigono severi limiti costituzionali all’impiego delle Forze di autodifesa – potrebbe legalmente intervenire in difesa dell’isola. Quest’affermazione ha dissolto l’ambiguità strategica che avvolgeva i piani giapponesi per questo scenario e chiarito quali siano per il governo di Takaichi le linee rosse da non oltrepassare, ma ciò che ne è seguita è stata una delle più profonde crisi diplomatiche tra Pechino e Tokyo degli ultimi decenni. Takaichi, che durante l’interpellanza aveva deciso di discostarsi dalle note preparate per lei appositamente dal ministero degli Esteri, ha respinto gli inviti a ritrattare le proprie dichiarazioni, innescando così una dura risposta da parte di Pechino, che considera Taiwan parte integrante del proprio territorio nazionale. Nonostante i tentativi di Takaichi di calmare le tensioni inviando una delegazione ministeriale a Pechino e riaffermando che la posizione giapponese sulla sovranità di Taiwan non sia cambiata da quando sono stati instaurati rapporti diplomatici con la Rpc, la Cina ha adottato un’ampia gamma di ritorsioni per mettere sotto pressione il Giappone. Dal punto di vista economico ha sospeso nuovamente l’import di prodotti ittici, scoraggianto l’afflusso di turisti cinesi e decretato lo stop all’export di terre rare; sul piano culturale, ha invece interrotto le proiezioni di film e i concerti di cantanti giapponesi in Cina; in ambito diplomatico, ha condannanto il governo di Tokyo in seno all’Organizzazione delle nazioni unite, mentre su quello militare, ha condotto manovre aero-navali in prossimità delle isole giapponesi. Inoltre, probabilmente per reciprocare quella che da parte cinese è stata percepita come una violazione della sovranità territoriale della Rpc, Pechino per mezzo della propria stampa ha messo in discussione la sovranità giapponese sulle isole di Okinawa, dove oggi staziona gran parte delle truppe statunitensi presenti in Giappone.
L’attuale crisi non era affatto un esito scontato. Nonostante la Cina vedesse di cattivo occhio Takaichi a causa della vicinanza tra le sue posizioni ideologiche nazional-conservatrici e quelle apertamente revisioniste di una parte della destra giapponese – che si schiera in maniera apertamente provocatoria sulla storia imperiale del Giappone durante la Seconda guerra mondiale –, dopo la sua elezione Pechino aveva scommesso sulla possibilità di poter continuare il dialogo con la nuova prima ministra., Infatti, Xi Jinping aveva acconsentito a incontrarla bilateralmente al vertice dell’Asia-Pacific economic cooperation (Apec) di Gyeongju ad appena 10 giorni dalla sua nomina a capo del governo giapponese, una concessione rara per un capo di stato straniero appena insediato. Durante quell’incontro i due avevano enunciato le proprie linee rosse: Xi aveva messo in guardia il Giappone riguardo lo status di Taiwan, l’apologia del passato imperiale e la stabilità delle supply chain, mentre Takaichi aveva avvertito la Cina di non aumentare le pressioni nel mar Cinese Orientale e di non interrompere le forniture. In altre parole, i due paesi stavano tentando di incanalare all’interno di un binario prevedibile un rapporto imprescindibile per entrambi ma complesso, ulteriormente messo sotto pressione dalla crescente instabilità globale: l’importanza di questo obiettivo è probabilmente sia il motivo per cui Xi fosse così bendisposto a incontrare Takaichi, sia la ragione per cui la reazione cinese è stata tanto più decisa dopo lo scoppio dell’attuale crisi.
Negli ultimi mesi, dunque, Takaichi è stata impegnata a gestire le conseguenze della crisi. Su questo fronte però non ha ottenuto nessun sostegno pubblico dal proprio alleato statunitense che anzi si è limitato a chiamare la prima ministra solo dopo un’importante telefonata con Xi Jinping a fine novembre, durante la quali Donald Trump e Xi si sono accordati per organizzare visite ufficiali reciproche nel corso del 2026 senza apparentemente discutere la crisi diplomatica tra Cina e Giappone. L’impressione generale è stata quella secondo cui Trump avrebbe chiesto a Takaichi di non generare ulteriore fermento sul dossier di Taiwan, da sempre considerato tra i più politicamente sensibili per Pechino. Questo atteggiamento subordinante di Washington è stato messo in mostra a distanza di appena un mese dall’ottimo esito della visita compiuta dallo stesso Trump a Tokyo a fine ottobre, durante la quale era stata conclusa un’intesa sullo sviluppo congiunto delle terre rare mentre Takaichi si era impegnata ad aumentare le spese per la difesa.
Per via della crescente inaffidabilità dimostrata dagli Stati Uniti di Trump, il Giappone sta valutando quali siano le opzioni per tutelare la propria sicurezza. Secondo quanto fatto trapelare per mezzo stampa, il governo giapponese starebbe valutando la possibilità di rivedere i cosiddetti “tre principi non-nucleari” per cui il paese si impegna a non possedere, non produrre e non permettere l’introduzione sul proprio territorio di armamenti nucleari. Se questa revisione – molto controversa in Giappone – dovesse essere confermata durante la riscrittura della Strategia sulla sicurezza nazionale, si tratterebbe di una decisione di enorme rilevanza, ma il processo sarebbe necessariamente molto lungo.
Il voto anticipato indetto da Takaichi per l’8 febbraio è stato una scommessa vincente per la prima ministra, che è uscita enormemente rafforzata dalla tornata elettorale. Il suo Pld, che prima del voto possedeva solo 198 dei 465 seggi che compongono la camera bassa, è riuscito a ribaltare le proprie sorti rispetto alle precedenti elezioni generali tenutesi nell’ottobre 2024.
Ottenendo ben 316 seggi, il Pld ha oltrepassato non solo la soglia dei 261 seggi – che consente di poter controllare tutte le principali commissioni parlamentari – ma anche quella dei 310, cioè i due terzi di tutti i seggi della camera bassa: si tratta di un risultato eccezionale per il partito di Takaichi, che ha riguadagnato autonomamente la maggioranza nel ramo più importante della Dieta e che adesso possiede anche i numeri necessari a poter prevalere sull’altro ramo del parlamento, dove invece si trova in minoranza. Inoltre, la maggioranza dei due terzi pone il Pld nella condizione di poter cominciare a ragionare sulla possibilità della riforma costituzionale nel medio periodo: l’obiettivo di lunga data del partito è quello di emendare l’articolo 9 della Costituzione, che vieta al paese sia l’uso della forza militare sia il mantenimento di “potenziale bellico”. Tuttavia, un’ipotetica revisione costituzionale avrebbe anche bisogno dell’approvazione dei due terzi della camera alta, in cui il Pld non ha la maggioranza, prima di essere infine sottoposta a referendum popolare.
Grazie a questo risultato elettorale, riacquista forza la posizione del governo che potrà dunque procedere senza grandi ostacoli sulla strada delle riforme indicate fin qui. Allo stesso tempo, riacquista forza anche il Pld che d’ora in avanti non sarà più strettamente dipendente dal sostegno esterno di Nippon Ishin per proseguire la propria attività governativa e legislativa: nella conferenza stampa post-elettorale Takaichi ha detto infatti di non voler cambiare la composizione del proprio gabinetto, in cui al momento non figura alcun ministro appartiene all’alleato di coalizione. A fronte del disinteresse di Takaichi ad approfondire l’alleanza resta comunque improbabile che Nippon Ishin ritiri il sostegno offerto finora al governo, ma dopo questa tornata elettorale il suo ruolo appare inevitabilmente ridimensionato a quello di alleato minore: il Pld cercherà di coordinare con Nippon Ishin le politiche di interesse comune madifficilmente quest’‘ultimo riuscirà a strappare concessioni rilevanti. Del resto, Takaichi gode ora di una sufficiente libertà d’azione per ricercare un dialogo anche con altri partiti, come ad esempio il Partito democratico per il popolo (Pdp), che sta all’opposizione ma che non rifugge il confronto con il governo sui singoli dossier.
Con il voto dell’8 febbraio Takaichi ha dunque ricevuto un’investitura politica piena, portando il Pld al suo miglior risultato dalla propria fondazione nel 1955. Questa investitura assicura al governo la stabilità e la libertà di manovra necessarie alla prima ministra per mettere in atto la propria agenda e, allo stesso tempo, mette Takaichi in una condizione di grande vantaggio rispetto a tutti i rivali in vista del prossimo rinnovo della leadership del Pld (settembre 2027) e delle prossime elezioni della camera alta (luglio 2028).
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