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Simone Urbani Grecchi
Analista – Esperto di Geopolitica
Gli USA puntano sull'isola, parte del Regno di Danimarca, tra sicurezza e investimenti strategici. Ma le affermazioni di annessione suscitano forti preoccupazioni tra gli alleati europei.
A conferma che il cosiddetto emisfero occidentale rappresenti una delle priorità di politica estera per l’amministrazione Trump, poche ore dopo la chiusura dell’intervento militare in Venezuela è riemerso il tema dei rapporti con la Groenlandia. Con esso sono riaffiorate anche le contraddizioni che spesso accompagnano le dichiarazioni del presidente statunitense.
Se da un lato, infatti, Trump non ha escluso “un intervento militare” per annettere l’isola artica agli USA, dall’altro il messaggio inviato da lui stesso ai groenlandesi in occasione delle elezioni dello scorso aprile è di segno opposto: “sosteniamo fermamente il vostro diritto a determinare il vostro futuro e, se lo desiderate, vi diamo il benvenuto negli Stati Uniti d’America”.
Contrariamente a quanto suggeriscono peraltro autorevoli media, quindi, meglio prendere Trump seriamente – anche se non letteralmente. Ciò dovrebbe aiutare a delineare alcuni scenari per il prossimo futuro.
La Groenlandia e i suoi 57mila abitanti non rappresentano una minaccia alla sicurezza fisica degli USA. La debolezza del sistema di difesa transatlantica della zona e le frequenti incursioni di Cina e Russia invece sì. Le stesse autorità militari canadesi hanno recentemente potenziato il programma North American Aerospace Defense Command e avviato il progetto Over the Horizon per il monitoraggio dell’Artico. I membri europei della NATO, poi, stanno apparentemente valutando di (a) accelerare la spesa per la difesa nell’Artico; (b) aumentare la frequenza delle esercitazioni militari nella regione e (c) inviare truppe per proteggere la Groenlandia e rassicurare gli Stati Uniti.
Come ha affermato lo stesso Stephen Miller (uno dei consiglieri più vicini a Trump), “in questo contesto non c’è nemmeno bisogno di pensare o discutere di un intervento militare” – che tra l’altro sarebbe abbastanza incomprensibile visto che la Groenlandia, come anche la vicina Islanda, non è dotata di esercito. Simili considerazioni sono state espresse anche da autorevoli leader repubblicani come Mike Johnson (presidente della Camera dei rappresentanti) e Jeff Landry (inviato speciale per la Groenlandia). Ciò premesso, l’ipotesi che l’amministrazione Trump strutturi un intervento in Groenlandia in modo da bypassare il Congresso (così come successo in Venezuela) non è remota. La War Powers Resolution del 1973, tra l’altro, delega al presidente la possibilità di ingaggiare il Paese in ostilità fino a un massimo di 60 giorni senza previa approvazione parlamentare. In più, ad oggi svariati disegni di legge bipartisan per bloccare l’allocazione di fondi a iniziative belliche promosse dalla Casa Bianca non sono ancora stati approvati.
Il Congresso americano sta valutando di proporre per la Groenlandia un patto di libera associazione sul modello di quanto già in essere con Palau, Micronesia e le Isole Marshall. Tale accordo prevede che Washington sia responsabile della sicurezza in cambio di aiuti economici e la possibilità per i cittadini dei tre Stati insulari di lavorare e studiare in America a tempo indeterminato senza visto. Questa ipotesi – attualmente allo studio del dipartimento di Stato americano – non prevederebbe il pagamento di un prezzo per il trasferimento della sovranità, bensì la corresponsione di una somma, stimata tra i due e i cinque miliardi di dollari all’anno, in aiuti diretti e investimenti infrastrutturali. In cambio, gli Stati Uniti otterrebbero il controllo totale sulla difesa senza che ci sia passaggio di sovranità territoriale. Ad oggi questo sembra lo scenario più plausibile per la composizione delle tensioni tra Washington e Nuuk.
Si potrebbe ipotizzare un accordo per un’estensione del raggio d’azione statunitense, soprattutto per ciò che concerne la difesa. Questo, tra l’altro, rafforzerebbe il Greenland-Iceland-UK Gap, fronte strategico per il monitoraggio della navigazione dall’Artico all’Atlantico, aspetto di cui beneficerebbero non solo il Regno Unito e tutta la penisola scandinava, ma anche la Danimarca stessa.
Secondo un sondaggio di marzo, l’84% dei groenlandesi desidera l’indipendenza dalla Danimarca. Il 45%, però, afferma di desiderarla solo se ciò non avrà un impatto negativo sul proprio tenore di vita. Solo il 6% desidererebbe il passaggio dalla Danimarca agli USA. Il sentimento popolare potrebbe però essere cambiato visto che Trump ha recentemente indicato che affronterà il tema della Groenlandia tra circa “venti giorni”. Tale scenario è visto con favore da una parte (minoritaria) della coalizione governativa che spinge per dichiarare indipendenza subito e trattare direttamente con Washington. La maggioranza, invece, sembra propendere per il rispetto dei passaggi pattuiti con Copenaghen (approvazione della Costituzione groenlandese prima, referendum poi).
La Groenlandia non è in vendita. Tuttavia, secondo quanto reiteratamente affermato dal primo ministro Jens-Frederik Nielsen, è “open for business”. Su questo fronte, nei prossimi giorni il segretario di Stato Marco Rubio discuterà con Copenaghen e Nuuk l’ipotesi di trasferire a un fondo sovrano groenlandese una dotazione iniziale di 60 miliardi di dollari, sul modello di quanto fatto nel 1867 per l’acquisto dell’Alaska. Secondo fonti statunitensi, tale fondo potrebbe arrivare ad avere rendimenti attorno al 4%, rendendo la quota americana sufficiente a generare flussi quattro volte superiori ai sussidi che Nuuk riceve annualmente da Copenaghen.
Nella nuova US National Security Strategy sono contenute svariate critiche all’Europa. In parte sorprendenti, soprattutto quelle sull’esistenza di un’identità europea minacciata dall’immigrazione – fenomeno che da sempre riguarda anche gli USA –, tali considerazioni appaiono invece pertinenti per quanto riguarda la sicurezza. Dal secondo dopoguerra ad oggi, la difesa del territorio continentale europeo è dipesa in larga parte dal ruolo svolto degli Stati Uniti. In questo contesto, quindi, è difficile pensare che le nazioni europee siano al momento attrezzate per garantire la sicurezza di un luogo decisamente più vicino all’America settentrionale che all’Europa continentale. Soprattutto la Danimarca che, nonostante le tensioni diplomatiche, ha stipulato accordi con Washington per lo stazionamento di truppe americane in Danimarca e l’acquisto di armi per oltre 13 miliardi di dollari. Il tutto, esprimendo pubblicamente preoccupazioni, tramite i suoi servizi di intelligence, sul ruolo degli USA come garante della sicurezza europea.
*Le considerazioni espresse nell’analisi sono esclusivamente dell’autore.
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