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L’era di Joe Biden è partita con una cerimonia di insediamento senza precedenti nella storia degli Stati Uniti. Per la prima volta all’evento non si sono viste le folle che ogni volta accorrono da tutto il Paese per salutare il nuovo presidente, né si è vista la parata lungo Pennsylvania Avenue a Washington.

L’era di Joe Biden è partita

Focus

Le divisioni politiche e sociali

La chiave per ricucire le divisioni politiche e sociali sta nella politica economica della nuova amministrazione Biden.

Anche i festeggiamenti serali sono saltati, svaniti nel segno degli impegni pressanti a cui badare. Appena sceso dal palco del giuramento, il neoeletto presidente si è infatti subito diretto al lavoro: «Non c’è tempo da perdere quando si tratta di affrontare la crisi che abbiamo di fronte. Ecco perché sto andando allo Studio Ovale per mettermi subito al lavoro per approvare misure ambiziose e di sostegno alle famiglie americane» ha twittato a fine cerimonia.
La sfida che lo attende è enorme. Il nuovo inquilino della Casa Bianca dovrà far ripartire un’economia in difficoltà a causa dell’emergenza sanitaria ma dovrà anche rimediare alle fratture che hanno portato all’assalto al Campidoglio di inizio gennaio. La chiave per ricucire le divisioni politiche e sociali sta nella politica economica della nuova amministrazione Biden. Programmi e riforme dovranno offrire risultati rapidi e riconosciuti soprattutto dalla classe media e dai ceti più svantaggiati, quelli che negli ultimi anni hanno sofferto di più. In questa direzione va la promessa elettorale di un salario minimo garantito di 15 dollari l’ora.

Come prima cosa, Biden ha annunciato un piano extra di stimoli da 1.900 miliardi di dollari che si aggiunge a quelli già decisi a fine 2020. Da un lato gli aiuti sosterranno i governi locali e le iniziative di questi, dall’altro entreranno direttamente nelle tasche dei cittadini con un assegno da 1.400 dollari che si aggiunge ai 600 già introdotti dal Congresso. La direzione pare essere quella giusta. Lo dimostrano i nuovi record messi a segno dai listini di Wall Street subito dopo l’insediamento del nuovo inquilino alla Casa Bianca.
A convincere i money manager è però anche la certezza che i Repubblicani, come da loro stessi segnalato, non si metteranno di traverso e che quindi il nuovo programma di maxi-sostegno sarà approvato in tempi minimi. Il peso degli avversari rimane importante. Con il ballottaggio di gennaio in Georgia, i Democratici hanno sì conquistato la maggioranza de facto in Senato, tuttavia il margine di vantaggio è molto risicato e potrebbe traballare a ogni voto. Il supporto segnalato dai Repubblicani dà indicazioni per un percorso condiviso, almeno nell’emergenza. Sotto la lente non ci sono soltanto gli sforzi per superare la pandemia. L’attenzione è rivolta anche ad altre aree dell’agenda economica dei Democratici: le infrastrutture, la svolta verde, il sistema sanitario e l’istruzione sono in primo piano. Si tratta nel complesso di un programma colossale di spesa pubblica che vedrà la luce presto e che avrà l’obiettivo di modernizzare il Paese, di creare nuova occupazione e di ridurre le disuguaglianze. Già nei prossimi quattro anni saranno spesi oltre 300 miliardi di dollari in ricerca e sviluppo mentre altri 400 miliardi andranno nella costruzione delle infrastrutture per le energie rinnovabili.
L’ambizione è di creare oltre 10 milioni di posti di lavoro solo con la green economy, un’operazione lungimirante che mira anche a contrastare la perdita di occupazione a causa dell’avanzata dell’automazione. Nel focus della spesa c’è anche il potenziamento, già entro il 2030, del trasporto pubblico specie nelle città con più di 100.000 abitanti, insieme al miglioramento dell’accesso alla banda larga che dovrà raggiungere ogni angolo del Paese. Anche l’istruzione e la scuola pubblica saranno coinvolte in questo grande processo di miglioramento. Come successo anche in altri Paesi, l’emergenza Covid-19 ha fatto capire quanto indietro sono rimaste alcune strutture. In questo senso proprio la differenza tra il costoso sistema scolastico e universitario privato e il sistema statale Usa di istruzione è uno dei fattori che contribuiscono alle disuguaglianze nel Paese. La strada per finanziare tutti questi piani passerà anche dalla controversa riforma fiscale proposta da Biden. A contribuire di più alla spesa saranno in particolare i redditi più alti. Se i cambiamenti in questo ambito saranno approvati, chi guadagna più di 400.000 dollari si ritroverà con un’aliquota del 39,6% contro il 37% di adesso. Le imprese sborseranno di nuovo di più: Trump aveva abbassato dal 35% al 21% circa le imposte delle aziende, adesso Biden le riporterà al 28%. Fiscalmente penalizzati saranno, invece, quei gruppi che delocalizzano fuori dagli Usa. Si tratta di uno dei tasselli delle molte manovre per convincere i colossi Usa a investire e a produrre in patria e salvare così posti di lavoro. Nella stessa direzione va anche uno dei primi decreti firmati da Biden che chiede alle agenzie federali di acquistare in primo luogo prodotti «Made in Usa». Un tema caro anche a Donald Trump e incarnato dal suo mantra «America first». Adesso il nuovo slogan «Buy American» di Biden potrebbe percorre le stesse orme. A tenere le antenne alzate sono gli alleati commerciali degli Stati Uniti e in particolare l’Europa che con l’elezione di Biden aveva tirato un sospiro di sollievo e che aveva sperato che le tensioni su questo fronte fossero finite il 20 gennaio scorso con il nuovo giuramento alla Casa Bianca. Questa nuova ombra potrebbe quindi far accendere nuovi focolai di tensione nei prossimi mesi mentre sullo sfondo restano le preoccupazioni legate al Coronavirus, che ha superato i 100 milioni di contagi nel mondo.

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