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Corrado Ciavattini
Intervista a
Head of London Branch
Fonte

FocusRisparmio.com

del 18-ago-2020

Un universo dove si trovano ancora rendimenti interessanti sul reddito fisso. Molte valute sono sottovalutate e i tassi reali sono ancora positivi. I Paesi più attraenti? Per Ersel sono Messico, Indonesia, Russia, Perù e Colombia.

Investire sui mercati emergenti può essere una strategia di successo nella ricerca di rendimenti interessanti. Lo spiega a FocusRisparmio Corrado Ciavattini, Head of London Office di Ersel.
"Investendo in obbligazioni di molti Paesi europei con un orizzonte di medio lungo periodo, difficilmente si avrà un capitale a scadenza maggiore di quello iniziale, poiché i tassi di interesse sia nominali che reali (ossia al netto dell'inflazione) sono negativi. In questo senso la situazione è certamente più favorevole per gli emergenti, dove malgrado la compressione dei tassi sia stata comunque importante, larga parte dei rendimenti attesi rimane in territorio positivo", commenta il gestore. "Nello specifico, le obbligazioni in valuta locale offrono un'opportunità interessante pur avendo una volatilità molto elevata, sia perché le valute dei mercati emergenti sono sottovalutate in prospettiva storica, sia perché i tassi reali (al netto dell'inflazione del Paese) sono positivi. Come menzionato, tuttavia, per contrastare la volatilità di breve, rimane fondamentale avere un orizzonte temporale di medio-lungo periodo".
 

Quali opportunità vede sui mercati emergenti a livello di Paesi?
Ci piacciono soprattutto Messico, Indonesia e Russia che offrono tassi reali positivi e valute sottovalutate rispetto a quanto giustificato dai fondamentali e dove, nel medio periodo, ci si può aspettare un rendimento reale annualizzato dell'ordine del 5 per cento. In termini di aree geografiche poi, l'America Latina è quella al momento con le dislocazioni maggiori e quindi anche Paesi minori come Perù e Colombia sono tra i nostri preferiti.
 

Da quali invece conviene stare lontano?
Al momento i Paesi che evitiamo sono quelli più simili per caratteristiche a quelli sviluppati, ossia molti Paesi asiatici e dell'Est Europa, che hanno economie e istituzioni molto solide ma tuttavia hanno rendimenti troppo bassi per essere attraenti. Ne sono esempi Repubblica Ceca, Ungheria e Malaysia.
 

Ritiene che ci siano delle occasioni interessanti sulle emissioni in valute locali?
Per noi strutturalmente l'opportunità è da ricercare nel debito in valuta locale, che poi è l'universo più importante e liquido. Qui si possono ancora trovare tassi reali positivi (tassi al netto dell'inflazione), circostanza quanto mai rara nei bond dei Paesi sviluppati. Inoltre, molte valute emergenti trattano a livelli di forte sottovalutazione rispetto ad un teorico livello di equilibrio (suggerito da modelli macroeconomici). Per questo il fondo ha un'esposizione strutturale a questo universo (pari al 60%) e, in termini di Paesi, quelli che preferiamo sono Messico, Indonesia e Russia. Il restante è poi investito in debito in valuta forte, sia governativo che corporate. Questo offre diversificazione e riduce la volatilità collegata ad un'esposizione in valuta locale.
 

A livello di debito societario, sempre sui mercati emergenti, vede delle opportunità di acquisto?
All'apice della crisi, tutto l'universo emergente in valuta forte (governativo e corporate) è stato venduto a prescindere dalla qualità dei fondamentali. In questo senso va precisato che il debito in valuta forte è un universo relativamente piccolo se comparato a quello in valuta locale e manca di compratori naturali (ossia gli operatori istituzionali locali non comprano in periodi di stress come nel caso invece del debito in valuta locale, che è per definizione l'attivo privo di rischio per gli operatori locali). Questo fa sì che in caso di turbolenza il mercato in valuta forte risenta della mancanza di liquidità e tratti a valutazioni slegate dai fondamentali. Purtroppo, gran parte di questo gap valutativo si è chiuso nel secondo trimestre dell'anno grazie, in particolare, alla forte liquidità immessa sul mercato dalla banca centrale americana, tuttavia c'è ancora discreto valore sia nel mondo governativo che corporate, specialmente negli emittenti a più basso merito di credito. Se ragioniamo a livello di indice, riteniamo plausibile, su un orizzonte di 5 anni, un rendimento dell'ordine del 3-4% annualizzato per questo universo.


Ci sono, a suo giudizio, dei trend trasversali?
Un trend importante da monitorare per il suo forte impatto sugli emergenti è quello del dollaro. Un dollaro debole ha effetto positivo sia sulle valute locali che sul debito governativo e corporate, rendendo il suo servizio meno oneroso. Su questo possiamo dire che le valute emergenti sono molto sottovalutate in prospettiva storica e specularmente il dollaro è relativamente caro. Inoltre, il differenziale dei tassi Usa rispetto al resto del mondo si è ridotto notevolmente e i disavanzi di bilancio e commerciale degli Stati Uniti stanno peggiorando. Tutti elementi che rendono possibile un progressivo indebolimento della valuta americana. Tra le tendenze trasversali globali inoltre vi è quella della riduzione dei tassi di interesse che si estende anche i Paesi emergenti, rendendo il servizio del debito più sostenibile. Un esempio emblematico è il Brasile dove i tassi sono passati da un livello medio del 10% dello scorso decennio a meno del 3% di oggi. Il rovescio della medaglia è che l'investimento in debito in valuta locale in alcuni emergenti è oggi meno una storia di incorre e più di apprezzamento della valuta. (...)

Intervista a
Corrado Ciavattini

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