Perle di carta

Nella primavera 2010 Ersel ha presentato nella sede di Torino una straordinaria raccolta di capolavori di maestri dell’obiettivo.

Marzo- Giugno 2010

Image Perle di carta

Le opere provenivano dalla collezione privata di Guido Bertero, che nell’arco degli anni è cresciuta fino ad essere considerata tra le più preziose in Italia. Un florilegio di istanti unici, con lavori di maestri internazionali accanto a quelli dei più rinomati fotografi italiani che hanno documentato l’evoluzione storica e culturale del nostro paese: Henri Cartier-Bresson, David Seymour, Robert Capa e molti altri.

Opere che hanno segnato un cambio di registro nella sintassi fotografica: dalle Verifiche di Ugo Mulas a L’Atlante di Luigi Ghiri, fino a Le Ossidazioni di Nino Migliori. Il percorso instaura un dialogo tra i nostri fotografi di riferimento e artisti come Aaron Siskind e Walker Evans su ciò che la fotografia ha rappresentato nella sperimentazione del linguaggio e nella ricerca di nuove espressioni, affiancando passato e presente: Jan Groover, Jitka Hanzlovà e Paola De Pietri si ritrovano insieme a precursori come Joseph Sudek e Mimmo Jodice. Presente infine, per la prima volta, anche un nucleo di fotografie italiane degli anni ’30.
Una proposta inedita, in quanto la collezione era stata finora offerta al pubblico solo attraverso una lettura specialistica sugli autori del Neorealismo, da cui è stata realizzata una mostra che da cinque anni sta girando nei migliori musei d’Europa. Il titolo Perle di carta vuole evidenziare la rarità, il fascino e la luce delle fotografie in parete: in fondo solo rettangoli di carta che spendono però come perle.

 

PERLE DI CARTA.

Non voleva che apparisse il suo nome. Per quanto soddisfatto dell’insieme delle sue acquisizioni, Guido Bertero non voleva mettersi in evidenza. Un’attitudine che probabilmente fa parte del carattere torinese; infatti mi diceva: “all’apparire preferisco il fare”. Certo, la sua vita lo dimostra, ma come scrive Alain Fleischer (critico e artista francese): “il collezionista si potrebbe dire l’artista della collezione, cioè autore di questo racconto che compone le opere fianco a fianco”. E, nel mio ruolo di curatrice della mostra e della raccolta, ritengo che una collezione abbia il dovere di essere firmata, innanzitutto e soprattutto come segno di conferma delle scelte operate nel corso degli anni. Ma, oltre a questo gesto di presa di responsabilità, credo che la firma sia necessaria perché inevitabilmente la personalità del collezionista e la sua specifica visione entrano nel merito delle decisioni. A volte in modo più prepotente e palese, a volte invece su impulso dell’inconscio; a volte può giocare anche il caso, l’occasione e la coincidenza oppure semplicemente la sintonia con l’artista, ma, comunque, la collezione Bertero può essere solo di Bertero.


Guido Bertero non è nuovo al collezionismo. Potremmo dire che la passione di cercare e conservare oggetti congeneri fa parte della sua vita e del suo destino. La sua curiosità intellettuale lo ha sempre spinto ad approfondire campi diversi ed affascinanti dell’arte e della cultura. Ma l’incontro con la fotografia lo ha portato in un campo molto speciale, un campo che in Italia è poco codificato e sicuramente meno istituzionalizzato di altri, innescando così, nella ricerca di opere da acquisire, una notevole dose di “avventura”. Lo spirito pionieristico è una delle caratteristiche più ammirevoli del collezionista in senso lato. La storia ci insegna che il suo ruolo ha contribuito a scoprire nuove arti o a recuperare arti “alternative”, sostituendosi alla mancanza di iniziativa delle istituzioni. Si potrebbe dire che l’impegno di questa collezione è andato a colmare, in parte, un ritardo dell’amministrazione pubblica italiana che ancora non ha dato sufficiente spazio alla fotografia nel patrimonio dei suoi musei.


Comunque l’incontro di questo lucido collezionista con la fotografia è stato immediatamente intenso e costruttivo; probabilmente perché nell’arte fotografica ha subito rilevato e apprezzato non solo i valori estetici, ma anche i valori storici, culturali e sociali, intrinseci al linguaggio. Quest’arte è tra le più contemporanee e conseguentemente ha la capacità di dialogare con le nostre vicende. Chi colleziona sa che l’opera non è mai slegata dal suo contesto e nel caso della fotografia del dopoguerra il contesto spesso s’interseca con esperienze “vicine”, che condizionano inevitabilmente le scelte.


La collezione, grazie alla coerenza con cui è stata costruita, è andata fin da subito oltre la mera accumulazione di pezzi pregiati, per sviluppare un discorso lucido e utile a un’Italia ancora acerba in questo settore specifico. Il primo obiettivo è stato quello di mettere a disposizione di pubblico e studiosi un insieme di materiali (fotografie e pubblicazioni) efficaci ai fini dell’analisi e della riflessione sulla fotografia italiana del dopoguerra. Questo primo traguardo è stato raggiunto con il progetto di mostra e libro intitolati: “NeoRealismo. La fotografia in Italia 1932-1969”. L’esposizione è stata accolta in musei di primaria importanza in tutta Europa e il catalogo, dopo la versione italiana, è stato tradotto in altre due lingue. La fotografia italiana ha così raggiunto un pubblico amplificato, oltre i nostri confini, dando visibilità a un fenomeno culturale assolutamente unico e strettamente legato alla nostra terra.


Il collegamento con la fotografia straniera è venuto di conseguenza, iniziando ad osservare quegli autori di fama internazionale che avevano documentato il nostro paese in contemporanea al lavoro di quei fotografi nazionali che inseriamo all’interno della poetica neorealista. Scopriamo così che nomi come Cartier-Bresson, Herbert List, Paul Strand, Ruth Orkin, David Seymour, Robert Capa, Werner Bischof, William Klein, Bruno Barbey, Alfred Eisenstaedt, Leonard Freed e molti altri, in quegli stessi anni, hanno battuto le strade della penisola restituendo la loro visione delle nostre genti.

 

Opere provenienti da questo gruppo sono presentate nella prima parte dell’esposizione.
Dopo una sezione tematica che mette a confronto maestri italiani e stranieri su temi della vita quotidiana, si entra in una sezione che per la prima volta presenta quella parte della collezione che è andata crescendo a fianco della raccolta di fotografia più puramente documentale. Sono capolavori con un’anima più concettuale, sono opere che molte volte hanno segnato il cambio di registro nella sintassi fotografica, a partire dalle “Verifiche” di Ugo Mulas per continuare con “L’atlante” di Luigi Ghiri e “Le ossidazioni” di Nino Migliori. Si instaura così una conversazione tra i nostri fotografi di riferimento e artisti del calibro di Aaron Siskind e Walker Evans su ciò che la fotografia ha dato nella sperimentazione del linguaggio e nella ricerca di nuove espressioni. Troviamo quindi Duane Michals, colui che ha scardinato gli assiomi della fotografia concepita come documentazione della realtà, a fianco dei “Fotogrammi d’affezione” di Mario Cresci, un artista che è sempre andato oltre i confini e le consuetudini. Non mancano opere più recenti come quelle di Jan Groover, Jitka Hanzlovà e Paola De Pietri insieme a precursori come Joseph Sudek e Mimmo Jodice.

 

Tra le perle che vengono presentate per la prima volta c’è anche un nucleo di fotografie italiane degli anni ’30, avanguardie dell’immaginario che danzano con le opere delle correnti più “formaliste” degli anni ’50.
Per la prima volta ci è concessa una lettura trasversale dell’estesa collezione Bertero e l’onore di presentare opere mai viste nelle sale espositive italiane. Un altro viaggio, ancora circoscritto, ma assai significativo nello scrigno di questa raccolta torinese da cui nasce una giostra inebriante di capolavori, un florilegio di istanti unici, immortalati da coloro che hanno fatto della tecnica fotografica un’arte immensa e insostituibile.

 

Enrica Viganò
Milano, 3 marzo 2010