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Economia e mercati restano fortemente influenzati dal conflitto Iran-USA: dopo il cessate il fuoco temporaneo, i negoziati a Islamabad sono falliti per divergenze su nucleare e controllo dello Stretto di Hormuz. Gli USA hanno risposto con un blocco navale mirato ai traffici iraniani, aumentando i rischi di breve termine (energia, ritorsioni) ma potenzialmente accelerando i negoziati che, stando alle ultime notizie, dovrebbero riprendere nei prossimi giorni. Restano elevate le incertezze su tempistiche di risoluzione del conflitto, ruolo della Cina e possibili escalation commerciali e geopolitiche.
Con il protrarsi della crisi, la crescita dell’economia USA sta gradualmente perdendo slancio, in un contesto di dati macro ancora contrastanti. Da un lato, l’ultima rilevazione dei nonfarm payrolls è risultata positiva (+178k) e il tasso di disoccupazione è sceso al 4,3%; dall’altro, le dinamiche sottostanti appaiono più deboli al netto di fattori temporanei, come evidenziato da altri indicatori sul mercato del lavoro che segnalano debolezza. Parallelamente, lo shock energetico legato al conflitto con l’Iran ha riacceso le pressioni inflazionistiche: l’headline CPI di marzo è salita dello +0,9% su base mensile, con il tasso annuale che si è portato al 3,3% dal 2,4%. Una dinamica che però non si è ancora trasferita al dato core che si è fermato al +0,2% su base mensile e al +2,6% annuale (vs +2,7% atteso). Buona, infine, la tenuta del PMI manifatturiero, cui tuttavia si contrappone il crollo nel sentiment dei consumatori, con l'indice dell'University of Michigan ai minimi di sempre.
La Fed ha mantenuto il tasso dei fondi FED al 3,50%-3,75% nella riunione del 17-18 marzo (voto 11-1), mantenendo una posizione cauta, mentre il "dot plot" continua a indicare un potenziale taglio dei tassi entro la fine dell'anno e un altro nel 2027, nonostante i mercati dei futures scontino sempre più la probabilità che la Fed rimanga ferma fino a dicembre.
Il contesto macro in Europa rimane complesso, con il mix di crescita e inflazione in rapido deterioramento per il prolungarsi della crisi medio-orientale. Nel meeting di marzo la BCE ha lasciato invariati i tassi al 2% ma ha rivisto al ribasso le stime di crescita e al rialzo quelle sull’inflazione. In particolare, la crescita è ora vista allo 0,9% nel 2026 (-0,3%) e all’1,3% nel 2027 (-0,1%). Al contrario, l’inflazione headline è prevista salire al 2,6% nel 2026 (+0,7%) e al 2% nel 2027 (+0,2%) mentre le stime della core sono passate passa al 2,3% nel 2026 (+0,1%) e al 2,2% nel 2027 (+0,3%). Ma l’incertezza rimane molto elevata e per tenerne conto la BCE ha anche presentato due scenari alternativi che prevedono aumenti più elevati e persistenti dei prezzi dell’energia, evidenziando ulteriori rischi per la stabilità economica. Un atteggiamento complessivamente molto cauto che sta spingendo gli investitori a prezzare più di due rialzi entro la fine dell’anno.
In Cina gli indicatori PMI “ufficiali” si attestano su livelli prossimi alla neutralità, mentre quelli elaborati da S&P Global sono ancora in territorio di espansione, ma in calo abbastanza pronunciato rispetto alla rilevazione del mese precedente. I prezzi alla produzione e quelli al consumo si sono confermati in territorio positivo, su livelli vicini al punto percentuale, prevalentemente a causa dell’impatto della guerra in Iran sui costi dell’energia e sulle catene logistiche e non in funzione di progressi nella domanda interna.
In Giappone gli indicatori Tankan pubblicati a inizio aprile hanno indicato un contesto ancora positivo per le aziende, in particolare per le più grandi; lo stesso messaggio è arrivato un paio di giorni dopo dai PMI elaborati da S&P Global. I consumi domestici potrebbero trovare sostegno dalla crescita dei salari che si è confermata in territorio positivo e ha accelerato nelle rilevazioni più recenti, in termini sia nominali, sia reali. È probabile che la Bank of Japan continui con un aumento dei tassi a passo misurato, a meno che un deterioramento nel contesto geopolitico di riferimento induca a maggior cautela per sostenere l’economia.
La prospettiva di una tregua in Medio Oriente ha consentito un rapido rimbalzo dei mercati emergenti e dell’Asia in generale, anche se non hanno superato i massimi di febbraio come nel caso degli indici americani; il quadro ad oggi sembra ancora favorevole grazie a condizioni finanziarie in allentamento, prospettive di crescita interessanti e una presenza ancora abbastanza contenuta nei portafogli degli investitori globali.
Questo rimbalzo riflette l’aspettativa che l’attuale tregua e i negoziati in corso possano indicare che la fase più acuta delle ostilità sia ormai alle spalle, nonostante il flusso di petrolio attraverso lo stretto di Hormuz resti ancora interrotto e il livello di incertezza rimanga elevato. In questo contesto, l’indice azionario globale ha registrato una performance positiva del +5,4% in valuta locale. Gli Stati Uniti, dopo aver mostrato la maggiore resilienza durante la fase di ribasso, hanno guidato anche la ripresa, con un rialzo del +6,1%, sostenuto in particolare dai titoli tecnologici, come evidenziato dal +8,4% del Nasdaq. Più contenuto, invece, il rimbalzo nelle altre aree geografiche, generalmente più colpite dalle interruzioni negli approvvigionamenti energetici, con l’Europa e i mercati emergenti che si sono fermati intorno al +4%, sempre in valuta locale.
Nel comparto obbligazionario, dopo la marcata risalita osservata nel periodo precedente, i rendimenti governativi si sono stabilizzati, pur rimanendo su livelli elevati: intorno al 4,3% per il decennale statunitense e al 3% per quello tedesco. In Giappone, il rendimento del decennale è salito di ulteriori 20bps, raggiungendo il 2,4%. L’irripidimento delle curve è stato nel complesso contenuto, dopo il significativo appiattimento registrato in precedenza. I tassi a breve restano sotto pressione, riflettendo aspettative di politiche monetarie meno accomodanti: il mercato, infatti, non sconta tagli dei tassi negli Stati Uniti entro fine anno, mentre prezza due rialzi in Europa. Nel complesso, l’indice dei titoli governativi dei paesi sviluppati in valuta locale ha chiuso il periodo sostanzialmente invariato. Nel credito si è osservato un restringimento degli spread, in linea con il ritorno della propensione al rischio già evidenziato sui mercati azionari, in particolare negli Stati Uniti. Il movimento è stato più marcato nel segmento high yield, con una compressione di 37bps negli Stati Uniti e di 13bps in Europa. Nel comparto investment grade, il restringimento è stato più contenuto, attestandosi intorno ai 10bps in entrambe le aree. Performance positiva anche per le obbligazioni dei mercati emergenti, sia in valuta forte sia, soprattutto, in valuta locale: le prime hanno guadagnato circa il 2%, mentre le seconde hanno registrato un rialzo di c.a. il 3,5% (in USD), sostenute dal recupero delle valute emergenti nei confronti del dollaro.
Sul fronte valutario, il dollaro statunitense, dopo aver svolto il ruolo di bene rifugio nella fase più acuta della crisi, si è indebolito con il ritorno della propensione al rischio. L’indice DXY ha registrato un calo di circa il 2% nel periodo considerato, mentre il cambio EUR/USD è risalito in area 1,18, avvicinandosi ai livelli pre-crisi. Infine, si segnala la discesa del prezzo del petrolio, principale indicatore delle tensioni geopolitiche: il Brent è tornato in area 95 dollari al barile, dai 110 dollari toccati prima dell’annuncio della tregua. Pressoché invariato, invece, nel periodo, il prezzo dell’oro, seppure in recupero di c.a. il 10% dal minimo raggiunto prima della tregua, a conferma della natura risk-on assunta in questa fase dal metallo prezioso.
Nonostante la tregua annunciata in aprile, il cui esito finale è ancora incerto, l’aumento dei prezzi del petrolio continua a rappresentare un significativo rischio al ribasso per economia globale e mercati finanziari nel 2026. Come già osservato in occasione dello scorso Comitato Investimenti, l’impatto dipenderà dalla durata delle interruzioni dell’offerta e dalla persistenza dello shock sui prezzi, elementi al momento difficili da prevedere. Con un esito positivo per i negoziati e il ripristino del flusso di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, il rialzo dei prezzi potrebbe essere temporaneo: in questo scenario, la crescita globale potrebbe trovare comunque sostegno in politiche economiche favorevoli, utili aziendali solidi e boom degli investimenti in AI.
Il cambio di regime delineato dal quadro tecnico in seguito allo scoppio del conflitto non è ancora rientrato, ma occorre sottolineare che dai minimi, osservati sui mercati intorno alla fine del mese di marzo, abbiamo già assistito ad una diffusa stabilizzazione per la maggior parte dei segnali e la positività più recente dovrebbe offrire ulteriore supporto. In questo contesto, abbiamo dunque mantenuto nei portafogli un’impostazione moderatamente pro-rischio, bilanciando fondamentali favorevoli, confermati finora dall’avvio della reporting season negli Stati Uniti, e rischio geopolitico. La componente azionaria resta in sovrappeso con un incremento dovuto al posizionamento più costruttivo adottato dalle strategie flessibili al suo interno. La duration è neutrale e può consentire interessanti prospettive di rendimento sia in caso di una rapida soluzione al conflitto, con il recedere del rischio inflazione, sia nello scenario opposto con un impatto sulla crescita economica che potrebbe costringere le Banche Centrali ad un atteggiamento più accomodante. Dopo una riduzione di esposizione sul credito, siamo tornati ad esaminare le singole emissioni, sia sul secondario, sia sul primario, aumentando moderatamente i rischi senza compromettere la qualità del portafoglio. Il nostro apprezzamento per le Strategie Alternative, in particolare di tipo Event Driven, ha trovato conferme nella stabilità del loro andamento e nel rapido recupero degli ultimi giorni; il moderato sottopeso sul dollaro USA si è dimostrato una scelta corretta alla luce del suo recente ritracciamento.
Nell’ultimo mese il mercato azionario italiano, dopo la pesante discesa del mese marzo, in seguito allo scoppio della guerra in Iran, è tornato sui massimi grazie alle attese di un accordo che porti alla fine del conflitto, anche se permangono molte problematiche da risolvere.
A livello settoriale i settori migliori sono stati i finanziari ed i tecnologici rispetto ai petroliferi ed alle utilities.
Nell’ultimo mese i titoli migliori sono stati quindi i bancari come Banco Popolare e Montepaschi, mentre hanno sottoperformato gli oil come Eni ed i difensivi come Snam e Terna.
Nel mese di aprile 2026, i mercati obbligazionari hanno attraversato una fase di parziale assestamento, pur in un quadro che rimane condizionato dall'eredità della volatilità osservata a marzo. Sebbene l'escalation geopolitica nel Golfo non abbia mostrato ulteriori picchi di intensità, il sentiment degli investitori è rimasto improntato alla massima prudenza, riflettendo una digestione solo parziale degli shock energetici. I tassi core hanno mostrato una tendenza alla lateralizzazione su livelli elevati: la pressione al ribasso derivante dalla ricerca di qualità è stata infatti bilanciata dai timori per un’inflazione 'sticky', alimentata dai prezzi delle materie prime ancora tesi. Sul fronte del credito, gli spread hanno registrato un timido restringimento nei segmenti di alta qualità, mentre è rimasta evidente la selettività verso gli emittenti più esposti ai costi di rifinanziamento. Sotto il profilo macroeconomico, la resilienza dell’attività economica globale ha continuato a sorprendere, ma ha contemporaneamente rafforzato la narrativa di banche centrali meno inclini a concessioni.
Risultati conseguiti dai principali mercati azionari nel periodo di riferimento:
| Stato | Indice | Variazione % dal 19/03/2026 al 17/04/2026 |
|---|---|---|
| STATI UNITI | DOW JONES | +7,4% |
| STATI UNITI | S&P 500 | +7,9% |
| STATI UNITI | NASDAQ | +10,8% |
| GIAPPONE | TOPIX | +4,2% |
| HONG KONG | HANG SENG | +2,6% |
| TAIWAN | TAIEX | +9,2% |
| KOREA | KOSPI | +7,4% |
| MESSICO | BOLSA | +7,1% |
| ARGENTINA | MERVAL | +4,4% |
| BRASILE | BOVESPA | +8,6% |
| INGHILTERRA | FTSE 100 | +6,0% |
| GERMANIA | DAX | +8,2% |
| FRANCIA | CAC 40 | +7,9% |
| SVIZZERA | SMI | +7,8% |
| ITALIA | S&P/MIB | +11,8% |
| SPAGNA | IBEX 35 | +9,3% |
Total return degli indici obbligazionari EFFA dei titoli di Stato e variazioni delle principali valute contro euro:
| Stato | Variazione % dal 19/03/2026 al 17/04/2026 |
|---|---|
| STATI UNITI | +0,4% |
| GIAPPONE | -0,9% |
| INGHILTERRA | +0,8% |
| AREA EURO | +0,5% |
| Stato | Variazione % dal 19/03/2026 al 17/04/2026 |
|---|---|
| USD/EUR | -1,7% |
| YEN/EUR | -2,3% |
| GBP/EUR | -0,9% |
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