Ersel, le radici di Piazza Affari nella nuova boutique del private banking

Intervista a Guido Giubergia, Amministratore Delegato e Presidente di Ersel

We Wealth 5-nov-2018

L’ad del gruppo Ersel, che ha completato l’integrazione con Banca Albertini, spiega genesi e progetti futuri. Occorrono nuove norme per i passaggi generazionali. Rischio Italia? “Siamo in un guado politico incredibile”

Image Ersel, le radici di Piazza Affari nella nuova boutique del private banking

Una cultura della consulenza che viene da lontano, dall’essere stati agenti di cambio, e che ora si esprime anche nell’attività di private banking. È il patrimonio genetico di Ersel, il gruppo della famiglia Giubergia che ad agosto ha completato l’accordo con Banca Albertini per rilevare la quota di maggioranza detenuta dal Gruppo Syz. Quei nomi hanno fatto la storia di Piazza Affari. Guido Giubergia, presidente e amministratore delegato di Ersel, e Alberto Albertini, ad dell’omonima banca, sono gli ultimi discendenti delle famiglie storiche degli agenti di cambio italiani. Da generazioni gli esponenti della migliore borghesia della penisola (o high net worth individual, Hnwi, come oggi vengono chiamati in un gergo tecnico dal dubbio fascino) si rivolgono a loro per capire i trend della finanza e proteggere il proprio patrimonio.

(...) Guido Giubergia, in questa intervista, traccia l’identikit del nuovo gruppo. Con sobrietà tutta piemontese ricorda i primati che ne hanno segnato le tappe – Ersel è stato il primo gestore di fondi d’investimento in Italia e il secondo ad essere autorizzato a istituire hedge fund – e indica gli obiettivi dello sviluppo futuro. Innanzitutto i numeri. “L’attività di private banking vera e propria – spiega – vale circa 14 miliardi, di cui 2,7 provenienti dall’integrazione con Albertini e circa 5 miliardi relativi alle nostre fiduciarie che sono cresciute molto in questi anni. Infine 4,6 miliardi, al netto di piccole sovrapposizioni, sono generati da Online Sim, la nostra piattaforma per il collocamento dei fondi comuni d’investimento. Curiamo gli interessi di circa 6 mila gruppi familiari con portafogli che in media si attestano tra 1 e 1,5 milioni di euro. Nelle fiduciarie la taglia dei patrimoni, non soltanto finanziari, è naturalmente molto più elevata. La prossima tappa è la fusione tra le due società preesistenti che contiamo di completare entro il 2019. Noi siamo una sim, l’altra è una banca. Acquisiremo la licenza bancaria attraverso una fusione inversa di Ersel in Albertini”.

In passato eravate sempre rimasti molto freddi sull’ipotesi di divenire una banca.

È vero, avevamo sempre scartato questa ipotesi poi siamo arrivati alla determinazione di fare il salto. Oggi siamo sottoposti sostanzialmente alle stesse regole e controlli che hanno le banche avendo tuttavia meno possibilità operative. Vorrei comunque precisare che non faremo nulla delle attività tipiche di una banca commerciale ma soltanto quelle che sono attinenti alla nostra attività principale. Ciò che sfrutteremo sarà, ad esempio, il credito lombard (credito garantito da titoli, ndr). Abbiamo spesso clienti che hanno bisogno di disponibilità liquide e non vogliono chiudere le loro posizioni. Per soddisfarne le necessità oggi dobbiamo ricorrere a banche terze con procedure complicate. Quando acquisiremo lo status di banca potremo farlo direttamente. In fondo era quello che un tempo facevano gli agenti di cambio con il sistema dei riporti.

Avete cambiato idea anche sull’ipotesi di una quotazione in Borsa oppure continuate a non esserne interessati?

No, non abbiamo cambiato idea. Siamo un’azienda familiare che non ha particolare necessità di capitale. Peraltro il nostro è un business a bassa intensità di capitale. Pertanto non vediamo la necessità di quotarci. Potrebbe rimanere un’opzione residuale qualora in futuro le esigenze di crescita dovessero consigliare questa strada.

Nel nuovo gruppo che funzione manterrà la vostra sede di Londra? La Brexit ha cambiato i vostri progetti originari?

La rappresentanza nella City era nata con il compito di selezionare i migliori fondi per i nostri clienti sfruttando la presenza nel principale centro finanziario europeo. Da un paio d’anni avevamo chiesto la licenza per fare anche lì l’attività di private banking così da soddisfare le esigenze di clienti che si spostavano a Londra e quindi avevano necessità di essere seguiti. Questo flusso si è ora interrotto, probabilmente a causa di Brexit. Abbiamo preso atto della nuova situazione e ora ci stiamo attrezzando per poter dare un servizio dall’estero ai clienti partendo però dal Lussemburgo dove siamo presenti fin dagli anni settanta.

Ersel vanta il fondo d’investimento più vecchio di Piazza Affari e quello che, nella media degli ultimi decenni, ha conseguito le migliori performance (oltre il 7% medio annuo).

È vero ci ha dato molte soddisfazioni. Il fatto di essere partiti per primi, nel 1984, ci ha consentito di approfittare dei primi due anni in cui la Borsa italiana è più che raddoppiata, sono stati anni favolosi. Abbiamo sempre mantenuto un profilo bilanciato, non siamo dei grandi trader. E l’investimento in azioni, sul lungo termine, si è rivelato una scelta vincente.

Dopo aver svolto il ruolo di battistrada dei fondi aperti Ersel è stata anche all’avanguardia nell’offrire ai propri clienti i primi hedge fund.

Sì, inizialmente abbiamo puntato sui fondi dei fondi hedge, con performance molto positive dal 2001 al 2008. Con la crisi dei mercati finanziari, però, ci siamo trovati ad affrontare seri problemi di liquidabilità perché all’interno vi erano asset decisamente illiquidi. Quell’esperienza, da cui siamo usciti, ci è però servita. Abbiamo creato un fondo hedge interno, si chiama Hedgersel, che ha avuto un eccellente track record con rendimenti sempre buoni e poca volatilità. Volevamo avere qualcosa che controllavamo interamente dall’interno e siamo riusciti a realizzarla.

Certo che la soglia per investire in un hedge fund, 500mila euro, scoraggia le adesioni degli investitori individuali anche quando detengono patrimoni significativi. Concorda con chi propone di abbassare l’asticella?

Direi di sì. Una soglia di 100 mila euro sarebbe sufficiente. Non è però una questione di vita o di morte. Negli ultimi anni c’è stata un’enorme proliferazione dei fondi Ucits che ormai replicano quasi perfettamente fondi hedge. Quindi per ottenere gli stessi risultati si possono utilizzare i fondi Ucits che invece sono legittimamente acquistabili per importi anche più bassi. Resta il fatto che l’abbassamento della soglia per gli hedge fund sarebbe positivo.

Nel corrente scenario di mercato con bassi tassi di interesse e una volatilità in aumento non sarebbe conveniente per un cliente private incrementare la quota di asset illiquidi in portafoglio con il duplice scopo di ottenere performance migliori e di attenuare la volatilità che si riflette nei prezzi dei titoli quotati?

Su questo fronte lavoriamo da anni, avevamo già creato un fondo di private equity ormai in via di chiusura che ci ha dato soddisfazioni medie. Contrariamente a quello che può sembrare è sempre notevole lo sforzo che dobbiamo fare con la clientela perché accettino prodotti illiquidi. Una percentuale del 50% investita in private debt, private equity, fondi chiusi, ed anche in un fondo chiuso che investa in titoli quotati rap – presenterebbe una soluzione efficiente per togliere volatilità ai portafogli e anche quell’ansia da quotazione quotidiana. Però c’è una resistenza molto forte della clientela private, un timore di illiquidità che spesso è maggiore di quello che ci si potrebbe aspettare. Stiamo anche studiando un fondo di fondi di private equity ma non riceviamo grande incoraggiamento da parte della clientela. Molto cambierebbe se si creasse un mercato di fondi illiquidi perché consentirebbe una way out prima dei tempi canonici ma questo è di là da venire. Migliore accoglienza, ma soltanto per una clientela di fascia alta e di imprenditori, incontrano le operazioni di club deal dove c’è piena consapevolezza del cliente sull’illiquidità e anche una piena condivisione sull’investimento proposto. Ma certamente sono operazioni complesse, ognuna fa caso a sé e poi, lo ripeto, sono adatte soltanto per una ristretta clientela di imprenditori.

Nei prossimi anni si realizzerà un grande passaggio generazionale della ricchezza tra la generazione dei baby boomers a quella dei millennials. In Italia, per il gran numero di Pmi, questa dinamica è profondamente intrecciata a quella del tessuto produttivo del Paese. In un’intervista rilasciata al Corriere lo scorso anno ha auspicato una nuova legge per regolamentare in modo efficiente i passaggi generazionali. È ancora di quest’idea?

Il meccanismo attuale, così vincolante e che deriva dal diritto civile, è molto discutibile, crea molte complessità. Non capisco perché non vi sia maggiore libertà nel decidere che fare del proprio patrimonio, soprattutto quando questo è rappresentato da un’impresa. Se, per esempio, il capostipite ha quattro figli e lascia un quarto a testa, se questi cominciano a litigare tutto finisce in malora. La norma è talmente vincolante che elimina qualunque meritocrazia. E se qualcuno protesta è facile finire in tribunale. Insomma così com’è disciplinata la legittima può favorire uno smembramento del patrimonio. Occorre maggiore libertà. (...)

È preoccupato di quanto sta avvenendo con la manovra economica, c’è un rischio Italia da gestire per la vostra clientela? (...)

La situazione è a dir poco confusa, siamo in un guado politico incredibile. Chi sta gestendo questa partita deve essere consapevole dell’importanza enorme dei mercati finanziari. Sta correndo sul filo del rasoio rischiando di portare alla rovina il Paese. Alla fine penso si troverà una mediazione a patto che i due partiti di governo trovino un accordo tra di loro. I problemi riguardano non tanto l’Europa ma i mercati che sono sempre i più veloci a reagire. Vedo un Paese che sta prendendo posizioni di estrema destra su alcuni aspetti e, sul fronte opposto, guarda con il fumo agli occhi qualsiasi forma di privatizzazione. È devastante. Abbiamo enormi capitali privati, potremmo canalizzarli con impegni seri per fare ponti e strade, con lo stato a svolgere solo un compito di regia. Ma se la posizione è che tutti gli imprenditori sono ladri è difficile venirne fuori. (...) Manca una credibile opposizione politica ma non c’è neppure un’opposizione delle classi dirigenti. Sono assenti, non mi risulta che vi sia in preparazione una marcia di 40mila imprenditori.